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In Viaggio con una Bici Pieghevole
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Category Archives: VIA DELLA SETA

ISTANBUL e RITORNO

Marzo 16, 2018 3071 Views

Che cosa succede quando un viaggio a lungo sognato, atteso ed immaginato … diventa realtà?
Innanzi tutto, cerchi di viverlo al meglio – e per tutto il tempo concesso – collezionando esperienze, luoghi ed incontri, che un giorno diverranno le tue memorie della Via della Seta. Un bagaglio di ricordi indelebile – ed incredibile – che mai avresti pensato di poter essere in grado di creare.
Quindi lasci la bicicletta da qualche parte.
Perché anche se vuoi credere che ormai sia tutto bell’e che finito … in realtà sai bene che nulla finirà mai.

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8 Dicembre, Istanbul ◀ Giorno 437 🇬🇪 – 🇹🇷 ▶
La prima accoglienza della Turchia, con un attraversamento di confine caotico, tedioso e nel mezzo di spintoni, pianti di bambini ed una greve tempesta a far da contorno, non è stata assolutamente delle migliori.
Probabilmente ha voluto farmi pagare in qualche modo la mia decisione di tagliarla tutta – a questo giro – con una lunga traversata in autobus da Batumi, senza stop di sorta nel mezzo.

Però poi è arrivato il saluto di Istanbul.
Con questi colori e con queste forme, dopo che proprio ieri parlavo di mare e gabbiani in una grigia e spenta costa Georgiana.
Ed ecco che allora devo ancora capire come riprendermi dallo stupore per un cambiamento così repentino.
E per siffatta bellezza.

[ 8 Dicembre 2017 ] Istanbul (Turchia). 5 pm.

9 Dicembre, Istanbul ◀ Giorno 438 🇹🇷 ▶
La separazione dalla bicicletta  🚲

http://bicicladi.com/wp-content/uploads/2018/02/Video-Istanbul.mp4

 

13 Dicembre, Istanbul ◀ Giorno 442 🇹🇷 ▶
Volevo scrivere un post unico su Istanbul.
Volevo farlo domani, l’ultimo giorno in terra turca, prima di tornare a casa.
Ogni sera, però – sia che io stia passeggiando per il lato europeo della città sia che mi trovi su un battello o direttamente nel lato asiatico, dove c’è il mio ostello – Istanbul mi regala qualcosa come questo.
Mentre i gabbiani cantano.
Ed io con loro.

[ 13 Dicembre 2017 ] Istanbul (Turchia). 5,30 pm.

14 Dicembre, Istanbul ◀ Giorno 443 🇹🇷 ▶
Non é un caso che sia proprio Istanbul, la fine di questa parte di viaggio.
Non l’ho mai raccontato a nessuno, però Istanbul, in qualche modo, c’è sempre stata.

Quando, più di due anni fa, decisi che era arrivato il momento di partire per un po’, nessuno sa che la prima idea che si fece strada in me fu quella di uscire di casa e raggiungere Istanbul in bicicletta.
Non una pieghevole, né con un viaggio ibrido; volevo proprio pedalare fino ad Istanbul.
Perché scelsi proprio Istanbul, allora, davvero non lo so. Suonava esotica e lontana, e tanto mi bastava per eleggerla come la destinazione di quelli che volevano essere soltanto alcuni mesi sabbatici in solitaria.

Poi invece l’idea cambiò.
Arrivò quella della Brompton, dei viaggi in pieghevole, ed optai per un più “fattibile” – e mai rimpianto – percorso alle Cicladi.
Istanbul la toccai anche, proprio prima di volare su Santorini, in accompagnamento ad un gruppo crocieristico di un caro amico.
Ricordo poco di quel giorno, e la città, percorsa in fretta e furia in breve tempo, lasciò pochissimo di sé.
Ricordo però anche che, mentre la nave usciva dal porto ed io mi ritrovai seduto in poppa a bere tè ed osservare la baia del Mar di Marmara schiudersi di fronte a me, non seppi distinguere la fine di una metropoli che sembrava davvero sterminata. Istanbul era ovunque guardassi. Sparì soltanto dopo più di un’ora di navigazione in acque aperte; soltanto quando la terra, ormai impercettibile, divenne un tutt’uno con l’acqua.

Promisi in quel momento a me stesso che un giorno vi sarei tornato, degnandola di più tempo, interesse ed attenzione.
Mai avrei pensato, tuttavia, che l’avrei presa così alla larga: Europa, Russia, Mongolia, Cina, Sud-Est Asiatico, Cina ancora, Asia Centrale, Iran e quindi Caucaso, in quasi 15 mesi di viaggio, sono stati un viatico incredibile, che non sarei stato in grado di immaginare neanche sotto allucinogeni.
E così domani, dopo una settimana intera a Istanbul, lascerò quel luogo che doveva essere la meta conclusiva del mio primo ipotetico viaggio.

L’idea è di tornarci ancora. In primavera, coi primi caldi magari, per poter chiudere l’intero cerchio di questo lunghissimo viaggio con un nuovo lento rientro via terra.
Ma le idee, come già successo, possono cambiare; non sono in grado di sapere del resto che cosa succederà nelle prossime settimane e nei prossimi mesi della mia vita, così come non posso essere totalmente certo che completerò il tutto così come ho pensato di fare. La bicicletta, se non altro, rimarrà qui a ricordarmi dell’impegno preso.

Anche se, in tutto questo, una cosa è comunque certa: non è soltanto la mia bicicletta che lascio qui, stavolta.
Una parte di cuore – che da domani mi servirà per ben altre faccende – rimarrà a sua volta infagottato a Istanbul.
Ed io non ho la benché minima intenzione di portarla via da qui.
Mai.

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15 Dicembre, Istanbul ◀ Giorno 444 🇹🇷 ▶
Comunque mi sembra davvero molto strano che nessuno ci abbia pensato, maaaa … e se fosse tutto un altro scherzo?
Poi non venite a dirmi che non ve l’avevo detto  😂 😚

[ 15 Dicembre 2017 ] Istanbul (Turchia). Aeroporto Sabiha Gökcen. 10 am.

RIENTRO A CASA
Ebbene no, non era un altro scherzo.
C’è da vestirsi da Babbo Natale per qualcuno, quest’anno.
E non ne vedo l’ora.

[ 17 Dicembre 2017 ] Rho (Italia). 12 am.

GEORGIA: cronache Caucasiche (Parte 2 – 26 Novembre / 7 Dicembre)

Marzo 13, 2018 3253 Views

Se – dopo Cina, Asia Centrale e Iran – l’Armenia aveva di colpo sparigliato le carte del tavolo, la Georgia si apprestava a ribaltarlo completamente.
Gli incanti di Tbilisi, la storia di Uplistsikhe e Gori, le vedute magiche di Mtskheta ed i picchi innevati di Kazbegi; pochi – freddi – giorni, eppure una delle gemme più pure e durature di tutto il mio viaggio.
E poi una corsa verso le sponde del Mar Nero, prima dell’ultima, lunga, cavalcata fino ai confini dell’Europa.

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26 Novembre, confine Armenia – Georgia ◀ Giorno 425 🇦🇲 – 🇬🇪 ▶
Storia, cultura, tradizioni, cibo, montagne, laghi, monasteri, persone: dieci giorni in Armenia da mozzare il fiato.
In tutti i sensi.
Per il freddo soprattutto.
I geli del Caucaso, con le loro morse, iniziano a farsi sentire sempre più.
Qualcuno mi ha rivelato che la Georgia, con le sue temperature un po’ più miti ed il suo celebre vino, è in grado di offrire scelte più varie. E calde.
Così eccola qui, la trentunesima frontiera di questo viaggio.
Con i calzettoni di lana risvoltati sulla tuta ormai sgualcita e lo sguardo vispo di un castoro all’Oktoberfest, forse avrei potuto affrontarla meglio.
Ma se di vino dovrà trattarsi, allora direi che sono prontissimo!

[ 26 Novembre 2017 ] Confine Armenia – Georgia. 5 pm.

28 Novembre, Tbilisi ◀ Giorno 427 🇬🇪 ▶
Poche ore di sole, freddo umido, cielo lugubre, pioggia e poi una simpatica influenza.
La Georgia insomma non mi ha accolto per ora un granché bene.
Eppure Tbilisi, per quel poco che ho potuto constatare … che spettacolo ragazzi.

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29 Novembre, Gori ◀ Giorno 428 🇬🇪 ▶
Chi lo sapeva che a pochi chilometri da Tbilisi esiste una cittadina scavata nella roccia che vanta più di 3000 anni di storia ed il luogo di nascita (nonché museo) di uno dei personaggi storici più importanti e controversi della storia umana?
Uplistsikhe e Gori, per l’esattezza.
Ebbene, io no.
Mi documento sempre molto poco, a riguardo di un paese, prima di entrarvi.
Anche per rimanerne stupito ancora di più, se possibile.
Come è di certo il caso della Georgia, e del Caucaso intero.

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30 Novembre, Mtskheta ◀ Giorno 429 🇬🇪 ▶
Col sole – specialmente dopo tre giorni di grigio – è tutto decisamente più bello.
Figuratevi poi un luogo che di per sé è già meraviglioso …

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1 Dicembre, Kazbegi ◀ Giorno 430 🇬🇪 ▶
Allora succede che ieri, preso da un’indomabile amarezza, ho sentito l’urgente bisogno di sparigliare le carte.
Di concedermi un cambiamento – seppur di pochi giorni – verso altri paesaggi, altri climi, altre atmosfere.
Così, in coincidenza con l’arrivo dell’ultimo mese dell’anno, ho lasciato la bici ed una borsa a Tbilisi ed ho acquistato un trasferimento low-cost per un paese che non avevo mai pensato di toccare durante questo viaggio (pur avendolo sfiorato in un paio di circostanze).
Un paese il cui nome, di 5 lettere, inizia per consonante e … finisce per consonante.
Quale sarà mai?
Un indizio potrebbe essere questa foto, che mi vede alle pendici di uno dei picchi più alti del continente in cui mi trovo.

O forse sto soltanto scherzando.
E questo è ancora un incredibile pezzo di Georgia.

[ 1 Dicembre 2017 ] Stepandsminda (Georgia). Kazbegi. 3 pm.

2 Dicembre, Kazbegi ◀ Giorno 431 🇬🇪 ▶  VIDEO

http://bicicladi.com/wp-content/uploads/2018/02/Video-Kazbegi.mp4

 

3 Dicembre, Kazbegi ◀ Giorno 432 🇬🇪 ▶
Perché la Georgia è un paese piccolo, senza storia, nerbo, energia e luoghi di interesse alcuno.

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4 e 5 Dicembre, Tbilisi ◀ Giorni 433 e 434 🇬🇪 ▶
“Quale vorreste essere? E per quale motivo?”
Iniziava sempre così.
Un semplice gioco – o divertente passatempo – che mio padre era solito portare avanti anche per ore, durante le camminate in montagna, con me e le mie sorelle (e talvolta anche mamma, cugini, zii, amici …)

“Quale animale vorreste essere?”
“Quale pianta?”
“Quale uccello?”
“Quale fiore?”
“Quale personaggio storico?”
“Quale città?”

Le possibilità erano tantissime, le variabili infinite. Alle volte si partiva da una lettera obbligatoria, altre volte invece la libertà era davvero totale.
Il bello, comunque, non era tanto la risposta in sé. La motivazione era la parte più interessante del gioco, e talvolta anche la più esilarante.
Una trovata che poteva diventare davvero interminabile – “Dai papà, un’altra domanda! L’ultima!” – e che di certo poteva permettere ai nostri genitori (ed a noi stessi) di indagare, nel corso del tempo, sui nostri caratteri, le nostre inclinazioni, le nostre personalità.

Non so bene perché oggi mi è venuto in mente tutto questo.
Forse perché, dopo esservi rimasto per più di una settimana (seppur ad intermittenza) e dopo averla fatta pertanto diventare la capitale in cui mi sono trattenuto volontariamente più a lungo in tutto questo lungo viaggio, alla domanda “Che capitale vorresti essere?” so per certo che oggi non avrei dubbio alcuno riguardo alla mia risposta: “Tbilisi!”

E la motivazione?
Facile.
Perché ovunque la si percorra ed ovunque la si osservi, ad ogni ora del giorno e con ogni condizione climatica (e sebbene per ora io possa soltanto immaginarne la magia in un giorno di primavera), la sensazione che Tbilisi regala è sempre la stessa.
Di essere finito in un meraviglioso dipinto.

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6 Dicembre, Batumi ◀ Giorno 435 🇬🇪 ▶   VIDEO
Tornare a pedalare  🌧 🌊 ❄

http://bicicladi.com/wp-content/uploads/2018/02/Video-Batumi.mp4


7 Dicembre, Batumi
◀ Giorno 436 🇬🇪 ▶
Rivedere il mare, dopo tanto tempo, fa sempre un certo effetto.
Come le onde si infrangono sul bagnasciuga e l’acqua si scontra con la terra in una battaglia senza fine né vincitori, così anche il cuore si smuove, le emozioni si slegano e l’immaginazione, nutrendosi di vento e salsedine, diventa gabbiano.
L’ultima volta fu a Koh Tao, in un caldo e colorato marzo thailandese.
Oggi invece è nella baia di Batumi, in un gelido giorno dicembrino in cui la neve ha raggiunto le cime delle montagne della Georgia occidentale ed io ho finalmente capito il perché del nome Mar Nero.
L’occhio spazia largo e lo sguardo vola lontano. Verso sinistra, o Sud-Ovest, seguendo una costa blanda che lentamente sfuma nel grigio indefinito.
Laddove è un nuovo paese – ormai prossimo ad essere interamente attraversato in una interminabile cavalcata a bordo di un autobus – e una delle città più grandi e sensazionali del mondo già intona il suo richiamo.
Istanbul.

[ 7 Dicembre 2017 ] Batumi (Georgia). Di fronte al Mar Nero. 3 pm.
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MAPPA DEI LUOGHI

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ARMENIA: cronache Caucasiche (Parte 1 – 16/25 Novembre)

Marzo 6, 2018 3563 Views

Un mese in Iran aveva solcato in profondità; avrei voluto rimanerci molto più a lungo, ma l’inverno Caucasico stava già preparando la sua morsa. Armenia e Georgia – lo confesso – erano per me due grossi punti di domanda. Non sapendone nulla, lo shock fu immediato.
L’antica Persia si trovava solo a pochi chilometri di distanza; tuttavia, già a Meghri, il cambiamento era totale.
L’Armenia si presentava dunque così, sovvertendo tutto.
Una terra segreta, morbida e tagliente, fiera e mai doma, con una storia millenaria e controversa, dove natura e monasteri rievocavano ad ogni dove racconti e ferite ancora vive. Un angolo di mondo grezzo e difficile, scavato tra confini di ogni sorta.
Ciononostante … di una bellezza sconfinata.

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16 Novembre, verso Meghri ◀ Giorno 415 🇮🇷 – 🇦🇲 ▶
“Ma sei fintissimo!” – mi ha detto ieri un amico.
“Non pedali quasi mai! Sei il peggior cicloviaggiatore che abbia mai incontrato!”, ha aggiunto poi, ridendo, per sfottermi un po’.

Del resto è vero.
Nella prima parte di questo lungo viaggio ho percorso molti molti più chilometri in sella alla mia bicicletta rispetto a quanto fatto durante questo “secondo round”.
Sarà che tra Cina, Asia Centrale e Iran c’era troppo altro da fare – e da attraversare – e così ho scelto di trascorrere più tempo nelle varie città, usando la bici a mo’ di taxi privato e scoprendo un po’ di più di paesi che da tanto tempo mi affascinavano (a discapito dell’avventura più vera, quella che si vive tra pedalate, villaggi remoti, campeggi e strade infinite).
O forse è che, con tutto questo andare, mi sono solamente impigrito.

Sta di fatto che ogni volta che scelgo di pedalare … è uno spettacolo davvero imbarazzante.
E con oggi, Armenia

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17 Novembre, Meghri ◀ Giorno 416 🇦🇲 ▶
Insomma ieri sera sono entrato a Meghri, in Armenia. Invece di dirigermi subito verso Yerevan, la capitale, ho deciso di fermarmi un attimo. L’Iran dista solo 5 chilometri da qui, eppure ho avvertito il bisogno di una breve pausa per prendere confidenza col cambiamento. Due paesi così vicini, eppure così lontani. Dalle montagne ai colori, dalle targhe ai frutti, dalle case alle facce … tutto qui è così incredibilmente diverso da dove arrivo. In quanto a me, confesso di non saper assolutamente nulla di questo paese. Ma, se il buongiorno si vede dal mattino, allora l’Armenia non ci metterà tanto a conquistarmi.

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18 Novembre, verso Yerevan ◀ Giorno 417 🇦🇲 ▶
“NE PONIMAYU!”, avevo imparato a dire in Russia, oltre un anno fa, ogni qualvolta qualcuno provava ad intavolare una discussione insieme a me, scambiandomi per russo.
Credevo che non mi sarebbe mai più servito, ed invece di nuovo mi sono trovato a pronunciarlo, più volte, tra Kyrgyzstan, Kazakistan, Uzbekistan e persino, seppur per poche ore, in Turkmenistan.
“NE PONIMAYU!”

Una volta messo piede in Iran credevo che non avrei davvero dovuto utilizzarlo mai più, così come le poche altre parole di russo che ho appreso nel corso degli ultimi mesi.
E invece, ancora, anche in Armenia.
“NE PONIMAYU!”
In Georgia sarà probabilmente lo stesso, tanto vasta è la parte di mondo dove l’alfabeto cirillico e l’influenza della Grande Madre sono – o sono stati – parte integrante della vita di tutti i giorni.

“NE PONIMAYU!” – (НЕ ПОНИМАЮ in cirillico) espressione tanto facile da ricordare quanto buffa al suono – semplicemente significa “NON CAPISCO!”.
Ma che cos’è che non capisco veramente?
Il russo soltanto?
O il perché mi trovi qui adesso, ancora sulla strada, dopo aver scelto di dedicare ormai quasi oltre due anni della mia vita a non far altro che viaggiare?
La mia barba cambia, le rughe sotto i miei occhi cambiano, e i miei stessi occhi in effetti sono cambiati costantemente, in tutto questo tempo, nutrendosi di novità ed esperienze continue.
Ma io, con il mio essere, la mia anima, il mio spirito (insomma, chiamatelo come volete) … sono davvero cambiato?

Spesso me lo domando.
Ogni giorno, ad essere sincero.
La risposta, per di più, non l’ho ancora trovata.
O forse, come sono ormai più portato a credere, l’ho sempre avuta con me.
Ed un giorno, prima o poi, tutto il disegno mi sarà chiaro.

Lo spero, se non altro.
Perché nel frattempo, io, per non saper né leggere né scrivere – o forse perché davvero non saprei che altro fare – continuo ad andare.
E a ripeterlo. Anche quando non serve.
“NE PONIMAYU!”

[ 18 Novembre 2017 ] Verso Yerevan (Armenia). 3 pm.

20 Novembre, Yerevan ◀ Giorno 419 🇦🇲 ▶
Fondata dal regno di Urartu nel 782 a.C., snodo di grande importanza per le rotte carovaniere sulla Via della Seta, Erevan (o Yerevan) ha vissuto una serie di vite innumerevoli. Capitale del primo stato ufficialmente Cristiano nel 300 d.C., fu poi per secoli contesa tra Persia e Impero Ottomano e quindi a inizio ‘800 occupata dall’Impero Russo, che formalmente non la lasciò più. Dopo la rivoluzione bolscevica fu proclamata capoluogo della Repubblica Socialista Sovietica armena e, in seguito al collasso dell’Unione nel 1991, è diventata la capitale della neonata repubblica armena. Insomma, una città che vanta una storia colossale (come forse nessun’altra al mondo), soggetta – o assoggettata – a dominazioni ed influenze di ogni genere.

Yerevan, oggi, è semplicemente un luogo in cui non si capisce niente; forse perché sorge su un passato che è troppo imponente da poter essere capito, o forse perché vive di un presente ancora impossibile da decifrare. Povero, orgoglioso e colmo di rivalsa. Un presente che fatica ancora a trovare la propria strada … ma le cui potenzialità, così come le cui forme d’espressione, sono davvero infinite.

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21 Novembre, Yerevan ◀ Giorno 420 🇦🇲 ▶
Storie di monasteri antichissimi, di candele nel buio, di templi romani, di panchine ai bordi di burroni, di taxi sgangherati, di animali liberi per i villaggi, di fiumi impetuosi, di cieli senza fine e di montagne ancora più infinite.
Queste, le storie dell’Armenia più autentica.
E più spettacolare.

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22 Novembre, Yerevan ◀ Giorno 421 🇦🇲 ▶
Ci sono luoghi di cui è difficile parlare.
O impossibile, tanto è assordante e devastante il silenzio che generano solamente con la loro presenza.
Testimoni ad imperitura memoria di storie di atroci disumanità – di cui spesso ormai si sa poco o nulla – ed il cui solo pensiero lascia spazio soltanto alla vergogna, alle preghiere ed al desiderio di essere vento.

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23 Novembre, Sevan ◀ Giorno 422 🇦🇲 ▶
“In Armenia? A fine Novembre?”, mi domandavano.
“Ma fa un freddo becco!”, mi dicevano.
“Morirai di gelo lassù sulle montagne!”, profetizzavano.
Non avevavo tutti i torti, in fin dei conti.
Però quanto è anche mostruosamente bella?!

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23 Novembre, Dilijan e dintorni ◀ Giorno 423 🇦🇲 ▶
Haghartsin & Goshavank.
Potrebbero tranquillamente essere due compagni di merende di Tom Bombadil.
E invece sono altre due semplici, quanto imperiose, pepite dell’Armenia.

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24 Novembre, Dilijan ◀ Giorno 424 🇦🇲 ▶
“E all’improvviso, arriva lei.
In silenzio, quasi in punta di piedi, senza dire una sola parola.
Troppo timida anche solo per un “ciao”.
Appoggia a terra il suo zaino, i vestiti bagnati dalla pioggia.
Incrociamo lo sguardo per un secondo.
Un sorriso. Anzi, il sorriso.
I suoi occhi sono in viaggio e hanno giá visto tutto.
E in quell’esatto secondo, sono volato più lontano di quanto non sia mai stato in questo splendido giro del mondo.
In quell’esatto secondo, l’ultimo pezzo del puzzle è finito al suo posto, mostrandomi l’immagine più bella che abbia mai avuto la fortuna di ammirare.
In quell’esatto secondo ho capito che niente sarebbe mai stato più lo stesso.”

No, non sono parole scritte da me.
Oggi io ero a camminare, qui, sotto zero, per svariati chilometri e con diversi tipi di pensieri che si arrovellavano nella mia testa.
Questo pezzo è tratto da un libro.
Un libro che non è ancora compiuto.
O che forse, con oggi, lo è.
Un libro che non vedo l’ora di leggere.
Di un amico per il quale non riesco a smettere di gioire, e che non vedo l’ora di poter riabbracciare.

Per chi già non seguisse Simone Piccini-wanderhang ed il suo enorme viaggio, l’invito è di farlo presto, e senza indugio: Wanderhang – viaggio dentro al mondo

 

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MAPPA DEI LUOGHI

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IRAN: nel Paese delle Meraviglie. Quelle vere. (16 Ottobre – 16 Novembre)

Marzo 1, 2018 3967 Views

La fuga dal Turkmenistan non fu programmata, ma accadde in tempi record.
I due mesi nei paesi dell’Asia Centrale avevano dato tanto, ma il richiamo dell’Iran era ormai incontrollabile.
Trentatre giorni, un compleanno, un telefono rubato, notti in treno ed in deserto, minareti, tè, bazaar, spezie e birre analcoliche a profusione; e poi una scorpacciata di tradizioni, culture, religioni, cittadelle, giardini, parchi, paesaggi, sapori e racconti di una terra dalla storia millenaria.
Ma soprattutto, l’accoglienza, l’ospitalità ed i sorrisi di un popolo unico al mondo … e semplicemente indimenticabile.

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17 e 18 Ottobre, Mashhad ◀ Giorni 385 – 386 🇮🇷 ▶
Dopo il disagio provato in meno di 24 ore in Turkmenistan, l’Iran è iniziato col botto.
E che botto ragazzi!

Mi avevano parlato della stupenda accoglienza del popolo iraniano, ma non mi sarei mai aspettato un livello tale.
Basta camminare per strada con fare stralunato e chiedere la direzione per un luogo ad un ragazzo in motorino, che questi si ferma e ti ci porta; domandare a due ragazzi dove si possa trovare un posto per mangiare e venire scortato a braccia con tanto di cena offerta; visitare un luogo santo e ricevere la guida privata di professori volontari parlanti inglese.
Gli Iraniani, insomma, per ora assolutamente incredibili.

E poi Mashhad, la città dove sono arrivato subito dopo aver sconfinato.
La città santa di Mashhad: seconda città più popolosa del paese (8 milioni) e meta di pellegrinaggio di milioni di musulmani ogni anno, con la tomba dell’Imam Reza (l’ottavo in successione al Profeta) ed il gigantesco complesso di Moschee e Piazze sacre che vi sorge tutto attorno.
Impressionante, poco da dire.
Per come è concepito, ma soprattutto per le sensazioni che suscita.

Lo ammetto, non sono un grande credente né un fervido praticante, ma non riesco a dirmi completamente slegato dalla religione. Quale, tuttavia, non lo so.
Mi dico Cristiano e recito il Padre Nostro quando voglio pregare per le persone a cui voglio bene, ma soltanto perché sono nato in Italia. Se fossi nato a Delhi, o a Tokyo, o a Lhasa, o appunto a Mashhad, probabilmente non sarebbe così.

“Allora dimmi, adesso credi veramente all’Imam Reza?”, mi ha domandato oggi il giovane Hamid, un simpatico ragazzo in pellegrinaggio da Isfahan col quale ho trascorso il pomeriggio, tra minareti, cupole dorate, migliaia di persone assorte in preghiera e racconti di miracoli del Sant’Uomo.
“Non lo so, Hamid. Davvero.”, gli ho risposto quasi scusandomi. “Credo che vi siano uomini buoni e uomini meno buoni. Credo che lui sia stato sicuramente un grande uomo, molto buono, che ha donato gioia e speranza a tantissime persone e che ancora continua a farlo, ma non posso assicurarti di credere ai miracoli o che legarsi alla sua tomba porti alla redenzione. Mi piace crederlo, diciamo così. Per il resto mi taglio fuori e cerco di vivere al meglio il tempo che mi viene concesso. Altro, non so. Non credo che lo capirei.”
Un sorriso perplesso si è disegnato sul suo volto, poco prima che ci abbracciassimo in un saluto fraterno e ci augurassimo buona fortuna a vicenda.

La domanda, però, aleggia ancora sopra di me.
Dopo aver trascorso due giorni in un luogo dove la religione è vissuta profondamente in ogni singola fibra del corpo ed in ogni singola onda della mente, mi sento stupito, confuso, frastornato.
Come di fronte ad una tela di cui non colgo l’importanza, o ad una partita di uno sport bellissimo di cui però non capisco le regole, o ad un film meraviglioso, ma parlato in una lingua incomprensibile e senza sottotitoli.
Posso credere davvero all’Imam Reza?
Posso credere davvero ai suoi miracoli?
O a quelli di Gesù?
O che vi sia un Paradiso?

Mi piace crederlo, diciamo così.
Voglio dire, rimarrei probabilmente deluso se dovessi poi scoprire che non esiste un aldilà. Che non c’è un’altra vita dopo questa, o una reincarnazione o chissà che altro. Come se fossi costretto a lasciare il cinema a fine primo tempo, prima dell’inizio della seconda parte.
Magari sarà così, magari no.
Chissà le domande che mi porrò, quando sarà il momento.

“Ma dai, era davvero tutto lì?”
“Ah, no, c’è una luce! Che succeda qualcosa adesso?”
“In che cosa mi sto trasformando?”
“Ma che, sono ancora io! Allora ci sarà modo di ascoltare ancora le storie del Nonno lassù? O di bere una birra coi miei amici? O di giocare coi miei nipoti?”
“E poi … con che età ci andrò? Come mi vedranno mia madre e mio padre? Come l’uomo che sono ora o come il neonato che hanno preso in braccio tanti anni fa?”
“Ma soprattutto … perché sto ancora pensando?”

Se inizio non finisco più, per questo preferisco tagliarmi fuori.
Sarebbe bello vederlo lì però, un giorno, l’Imam Reza.
Insieme a tutti gli altri, a secondo tempo iniziato.
Sperando soltanto che poi, in qualche punto della proiezione, arrivi anche la voce fuori campo a spiegare tutta la storia.
E, soprattutto, a raccontare il finale.

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19 Ottobre, verso Kerman ◀ Giorno 387 🇮🇷 ▶
Non smetterò mai di amare i viaggi in treno.
Soprattutto quelli in un paese nuovo, dove al principio non capisco un belino, mi barcameno tra indicazioni incerte, vago per un poco nel mezzo di stazioni affascinanti e poi, con un lieve fremito, trovo il binario, il treno, il vagone, la cuccetta giusta, posiziono la bicicletta sopra la mia testa ed un mondo nuovo mi si spalanca davanti.
20 ore passano via in fretta se hai un posto per sdraiarti, compagni di viaggio che diventano amici e ti offrono del cibo, un buon libro, tanto sonno e magari anche degli incredibili tramonti Persiani.

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20 Ottobre, Kerman ◀ Giorno 388 🇮🇷 ▶
Devo ammetterlo: non ci sto ancora capendo nulla.
Sono in Iran da ormai già 4 giorni ma ho capito davvero pochissimo, o forse proprio nulla.
Dopo la religiosità profonda di Mashhad, un lungo viaggio in treno ed una mezza giornata nella cittadina di Kerman, posso solamente dire che la varietà di questo paese è incredibile, imbarazzante, a tratti opprimente.
Non è una terra affatto semplice, e poi c’è troppo da fare, troppo da vedere, troppo da vivere; oggi, per un attimo, ne sono quasi rimasto sopraffatto.
Così ho provato a non pensare, a non studiare le troppe possibilità e lasciare che sia un po’ il caso a decidere per me nei prossimi giorni.
Poi, dopo essermi spinto in bicicletta tra i segreti di Kerman, dopo aver passato vie, parchi e bazaar, un uomo chiamato Hossein mi ha preso per mano.
“Da dove vieni?”
“Italia”
Le domande si sono fermate lì.
“Vieni qui, amico. Siediti. Per favore, serviti di quello che vuoi e rimani qui con noi fino a quando vuoi. Questa è la mia famiglia. Adesso, anche la tua.”
Le luci della sera hanno poi avvolto il giorno.
E, grazie al signor Hossein, il domani non fa più così paura.

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21 Ottobre, dintorni di Kerman ◀ Giorno 389 🇮🇷 ▶
Sei in Iran. Ci sei arrivato dai confini del nord-est col Turkmenistan. Hai 30 giorni di tempo ed un paese immenso – in termini di estensione, storia e possibilità – da poter visitare. Dopo due giorni nella città santa di Mashhad, decidi di spostarti. Apri le mappe e scegli una città a caso, nel Sud del paese. Un viaggio in treno di quasi 24 ore ti ci porta.

Arrivi a Kerman. Sai poco dell’Iran, quasi nulla del sud dell’Iran e assolutamente niente di Kerman. La reputi graziosa e decidi di rimanervi due giorni, non sapendo bene che cosa fare. Ti scontri subito con le difficoltà naturali della regione ed i costi esorbitanti dei tour guidati alla scoperta dei tesori del luogo. Trascorri il primo giorno a ciondolare tra le vie, i parchi ed i bazaar, lasciando che siano gli Iraniani a regalarti le migliori memorie.

Giunge il secondo giorno, e con esso le opzioni:

1) Trascorrerlo come il primo;

2) Provare ad avventurarti in bici verso le muraglie montuose che circondano Kerman, e verificare di persona che il deserto del Dasht-e Lut raggiunga davvero i 70° di cui si narra (da misurazioni della NASA pare che sia il luogo dove si registrano le temperature più alte della superficie terrestre);

3) Cercare un trasporto locale e raggiungere una delle cittadine nei dintorni di Kerman, dove perderti randomicamente per un po’;

4) Entrate in un hotel per cambiare dei dollari, scoprire che si tratta di un punto di ritrovo di svariati viaggiatori (di cui il primo giorno non avevi avuto nemmeno il più vago sentore), trovarne due con le tue stesse domande, imbatterti in un taxista silenzioso, premuroso e gentile (oltre che assurdamente economico) e partire così alla volta di giardini sontuosi, cittadelle epiche, montagne dalla sabbia colorata, lingue d’asfalto circondate da deserti, tunnel per l’acqua scavati nella terra infuocata, caravanserragli degni di racconti, dune rocciose dalle forme magiche e tramonti che ti trasformano in una nullità, prima che le stelle di una notte color ossidiana tornino a ricordarti che un nuovo, incredibile capitolo del tuo giovane libro Iraniano è appena giunto al termine.

Secondo voi quale delle 4 opzioni mi è capitata?
Le immagini sono tante, lo so.
Tuttavia, credetemi, non ne basterebbe nemmeno il triplo.

Tutto questo, in un semplice giorno a Kerman. In Iran.

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23 Ottobre, Yazd ◀ Giorno 391 🇮🇷 ▶
Poi arrivi a Yazd.
E dalla terrazza dell’ostello vedi questo…

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24 Ottobre, Yazd ◀ Giorno 392 🇮🇷 ▶
Qualche immagine in più di un gioiello persiano chiamato Yazd.
E le ultime, da 33 enne.

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25 Ottobre, Yazd ◀ Giorno 393 🇮🇷 ▶
Quante domande stamattina.
Non le classiche degli ultimi mesi, del tipo “dove andare oggi?, “come arrivarci?” e “dove dormire?”.

Sarà che mi sono svegliato con anagraficamente un anno in più, svariati messaggi di auguri a ricordarmelo ed una tragica notizia relativa alla scomparsa di una persona cara, ma le domande quest’oggi erano di tutta un’altra natura.

“Che cosa stai facendo della tua vita, Vieri?”
“Perché hai scelto di mettere tutto da parte e di viaggiare per così tanto tempo?”
“Perché ti trovi in Iran, lontano da tutte le persone cui vuoi bene?”
“Sei sicuro che questa sia la strada giusta?”

Sì, insomma, roba soft.
Poi un caldo torrido ha avvolto Yazd, i messaggi sono diventati decine (ringrazio tutti coloro che mi hanno dedicato anche solo un pensiero, risponderò presto ad ognuno) ed io mi sono lentamente afflosciato in ostello, sopraffatto dalle domande e ben lontano da quello che si potrebbe definire un compleanno da wow.

A pomeriggio inoltrato sono uscito a correre, perdendomi nelle vie di una città iraniana antica di secoli, alla ricerca di fatica, sudore e spensieratezza.
Così sono andato a ritroso con la mente, ripercorrendo in pensieri e ricordi tutto quello che ho vissuto nell’ultimo anno e mezzo.
Tutto quello che mi ha portato ad essere la persona che sono oggi, così come mi sono ricordato di essere: un uomo fortunato.

Fortunato per aver avuto molte possibilità dalla vita, fortunato per essermi impegnato e per aver provato ad inseguire fino in fondo quello che il mio cuore suggeriva, e fortunato per aver ricevuto il supporto, l’amicizia e l’amore di tante persone, senza le quali nulla di quello che ho provato ad assemblare in questo piccolo video sarebbe mai stato possibile.
Fortunato perché, sì, ho finalmente chiaro in mente quale sia il mio posto nel mondo.
O per lo meno dove.

PS: non sono un viedeomaker. Ne conosco/seguo diversi – anche di molto bravi – e so bene di non aver prodotto un capolavoro (con le connessioni che ho del resto non sarebbe stato facile).
Si tratta semplicemente di un breve riassunto, in immagini, di quello che è accaduto nella mia vita da Giugno 2016 a questa parte.
Se non altro credo che valga la pena anche soltanto ascoltarlo, perché la musica, a mio parere, è davvero sublime … e racchiude in sé tutto quello che c’è da dire.
Che poi si sa, si diventa sentimentali molto facilmente quando si compiono 18 anni

Grazie a tutti quanti per gli auguri e per aver reso possibile tutto questo!

26 Ottobre, Mehriz ◀ Giorno 394 🇮🇷 ▶
Dopo un compleanno trascorso ancora nell’incanto di Yazd, ecco che ho scelto di aprire i 34 pedalando.
Verso sud. Verso una cittadina di nome Mehriz.
Una cinquantina di chilometri di deserto per andare a trovare il simpatico Ali, che con la sua famiglia mi aveva offerto ospitalità ancora quando mi trovavo a Mashhad (potere di internet).
L’ospitalità Iraniana, ancora una volta, si è dimostrata incredibile; come se mi fossi ricongiunto con un vecchio amico, in attesa di riabbracciarmi dopo anni di esilio militare.
È davvero impossibile non amare questo paese.

PS: i pantaloncini corti non sono visti molto bene nel paese, quindi tocca pedalare vestiti tipo supereroi con le pezze.
PS2: non sono solito indossare sandali con brillantini fucsia. Ero appena stato accolto a casa di Ali e la moglie mi ha rifilato il primo paio di ciabatte disponibile per non lasciarmi scalzo. Non si va molto per il sottile in Iran

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27 Ottobre, Mehriz ◀ Giorno 395 🇮🇷 ▶
Cosa succede quando sei in Iran, è venerdì, e ti sei svegliato in casa di un ciclista?
Succede che la sveglia suona alle 6, inforchi una delle mountain-bikes del tuo ospite, aspetti una decina di amici, parti alla volta delle montagne della Persia, sudi per due ore abbondanti sotto un sole porcone e poi raggiungi una casa in cima ad un passo, dove altri amici hanno già acceso un fuoco, disteso i tappeti e messo a bollire il tè.
Poi c’è chi inizia a cucinare, chi dal nulla tira fuori cesti di frutta, pane, formaggio, zucchero e canditi, chi prepara il narghilè e chi si mette a cantare o a ballare, richiamato dal battito di mani di tutto il gruppo.
Tutto vero. Zero fronzoli e zero difficoltà.
Solo la semplice voglia di stare insieme e divertirsi, condividendo quel poco che si ha nel giorno in cui è possibile farlo.
Perché il venerdì in Iran – come in tutti i paesi islamici – equivale alla nostra domenica, e mi è ormai fuor di dubbio che questo sia il paese più generoso e prodigo di sorrisi che abbia mai incontrato in tutta la mia vita.

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28 Ottobre, Kashan ◀ Giorno 396 🇮🇷 ▶
Facce da Iran. (No, non è proprio un bel paese)

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29 Ottobre, Kashan ◀ Giorno 397 🇮🇷 ▶
Qui Kashan, Iran.
Niente di nuovo da raccontare.
Passo e chiudo.
😱

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31 Ottobre, Kashan ◀ Giorno 399 🇮🇷 ▶
Scusatemi se ieri non ho scritto.
È che mi sono allontanato un poco, ed alla fine la notte mi ha sorpreso.
Stavo cercando la fine dell’Iran, ma non l’ho trovata. Al suo posto, solo una bellezza senza fine.

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1 Novembre, Isfahan ◀ Giorno 400 🇮🇷 ▶
Se Samarcanda fu sinonimo di felicità e soddisfazione, Isfahan non può che esserlo di stupore e meraviglia.
Oggi, giorno di Ognissanti 2017, metto piede (e ruote) in quello che è forse il luogo più rappresentativo di tutto l’Iran. Di certo, uno dei più incredibili che abbia mai incontrato sulla mia strada.
E domani … sono 400  🌏

[ 1 Novembre 2017 ] Isfahan (Iran).Piazza Imam Khomeini. 4 pm.

2 Novembre, Isfahan ◀ Giorno 401 🇮🇷 ▶
Avevo immaginato di festeggiarlo in maniera diversa, il quattrocentunesimo giorno di viaggio. Invece una stupida quanto fatale disattenzione ed un’abile manolesta iraniana hanno voluto altrimenti.
Sì, perché, dopo avermi accompagnato in Grecia ed in una buona parte di mondo, dopo essere stato smarrito e ritrovato in Serbia ed in Mongolia, dopo essere sopravvissuto a due incidenti acquatici in Vietnam e Thailandia, il mio fidato smartphone, ieri sera, ha deciso di prendere una strada diversa dalla mia.
Trascorrere l’intera giornata nella risoluzione di tutta quella serie di problemi correlati al furto di un telefono, soprattutto quando si è in un paese straniero, non era esattamente quello che desideravo.
Eppure, tant’è.
L’Iran dà, l’Iran toglie.
E poi ridà di nuovo.
Questa è difatti una foto con la persona che oggi, in cambio di nulla, mi ha accompagnato per ore ed aiutato a smarcare una serie di noie incredibili (insormontabili forse, se fossi stato da solo) e che mi ha permesso di mantenere intatta l’immagine di un paese che – ancora una volta – mi ha lasciato di stucco.
Perché un telefono si può smarrire, ritrovare e all’occorrenza ricomprare … ma un’amicizia, quando vera e genuina, rimane un dono raro da incontrare.
Quindi grazie, Mohsen.
E grazie, ancora una volta, Iran.

[ 2 Novembre 2017 ] Isfahan (Iran). 4 pm.

SERA
L’Iran è un paese meraviglioso, non smetterò mai di dirlo.
Luoghi, gente, storia, cultura, tutto bellissimo.
C’è sono un grande problema, fonte di enorme disagio ed inesausta amarezza: la birra.
Senza alcol.
Al limone.
E pure con la cannuccia.

[ 2 Novembre 2017 ] Isfahan (Iran). 9 pm.

3 Novembre, Isfahan ◀ Giorno 402 🇮🇷 ▶
Perché gli iraniani non sanno proprio che cosa significhi trascorrere il proprio giorno di festa all’aperto ed in semplice armonia.
E men che meno il significato di picnic.

PS: volevo andare al parco a leggere oggi, e invece sono finito a bere 70 tazze di tè, mangiare centinaia di biscotti, otto spiedini e milioni di chicchi di melograno.

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4 Novembre, Isfahan ◀ Giorno 403 🇮🇷 ▶
Trascorrere tre giorni a Isfahan e non combinare praticamente niente.
Il primo, a bighellonare in giro con un amico spagnolo incontrato in ostello, rimandando il tutto all’indomani (e poi a farmi fregare il telefono in serata). Il secondo, a risolvere i problemi legati al furto. Il terzo, ad ingrassare nel mezzo di picnic e decine di inviti di famiglie iraniane a festeggiare il venerdì insieme.

I giorni scorrono veloci e quelli rimasti disponibili a visto non sono più molti, quindi oggi ho scelto di spostarmi verso sud, verso la città di Shiraz, altro capoluogo d’interesse del paese.
Con un piccolo groppo in gola, per aver goduto troppo poco delle gemme preziose di Isfahan.
Ma con la chiara intenzione di ritornarci, un giorno non troppo lontano nel tempo.

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5 Novembre, Shiraz ◀ Giorno 404 🇮🇷 ▶
“Quant’è bella Shiraz, al mondo non ha pari!” – scriveva, secoli fa, il poeta e mistico persiano Hafez.
Non posso dire altrimenti, anche se un giorno è ancora troppo poco per confermarne la bellezza.
Di certo a Shiraz c’è qualcosa che nelle altre città iraniane finora non avevo ancora trovato, e che per la verità mi mancava dai giorni di Almaty, in Kazakistan.
Qualcosa che mi ha permesso di praticare il mio passatempo cittadino preferito: una semplice montagna, dove spingermi in solitudine per poter ammirare la città dall’alto, stappare una birra (ah, no, scusate,sono in Iran), attendendo lo spegnersi delle luci ed un nuovo, sorprendente, calar del sipario.

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6 Novembre, Shiraz ◀ Giorno 405 🇮🇷 ▶
Allora forse Hafez aveva ragione …

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7 Novembre, Shiraz ◀ Giorno 406 🇮🇷 ▶
“Vieri, sai già dove sarai a Novembre?”
“Non ne ho idea zio, è tra quattro mesi! Perché?”
“Ecco, io e la zia faremo un viaggio in Iran e avevamo pensato che sarebbe bello incontrarci laggiù … tu che dici?”
“Allora dico che sarò in Iran!”

Una delle parti più difficili del viaggiare in solitaria è stare per tanto tempo lontano dalle persone cui si vuole bene.
Per me è senz’altro la più difficile, ed anche la ragion per cui sto ritornando – seppur lentamente – verso casa.
Però è anche così che un semplice abbraccio diventa una sorpresa indimenticabile, ed una delle memorie di viaggio più belle di tutto questo lungo e bizzarro peregrinare in giro per il mondo.

http://bicicladi.com/wp-content/uploads/2018/02/Video-Shiraz-zio-Paolo.mp4

 

8 Novembre, Shiraz (Persepoli)◀ Giorno 407 🇮🇷 ▶
Partire alla scoperta dei palazzi di Dario, Artaserse, Ciro il Grande, e dei tesori della capitale dell’Impero Persiano – uno dei più ricchi e imponenti mai visti sulla terra – data alle fiamme da Alessandro Magno durante la sua furiosa conquista del mondo … ed invece finire per trovare tuo zio  😎 😍

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9 Novembre, Shiraz ◀ Giorno 408 🇮🇷 ▶
Prima a Est, poi a Ovest ed infine a Sud.
Tre settimane in Iran per partire da Mashhad ed arrivare fino a Shiraz.
Ora è tempo di lasciare quest’altra gemma Persiana e cominciare la salita verso Nord.
Verso Tehran, quindi il Caucaso.
E l’inverno  ❄

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11 Novembre, Tehran ◀ Giorno 410 🇮🇷 ▶
Tehran, per chi – come me – non è un grande amante delle metropoli e degli ambienti cittadini in generale, potrebbe facilmente sembrare come l’inizio dell’Apocalisse.
Eppure, non so come, c’è qualcosa che affascina. Scoprire che cosa non sarà facile, ma ci proverò.
Almeno per un giorno  😅

[ 10 Novembre 2017 ] Tehran (Iran). Baam Tehran. 5,30 pm.

12 Novembre, Tehran ◀ Giorno 411 🇮🇷 ▶
Tehran è caos, Tehran è grigio, Tehran è gas, Tehran è smog, Tehran è traffico, Tehran è clacson, Tehran è fischi, Tehran è rumori, Tehran è un mostro a cento teste dove 15 milioni di individui vivono una vita frenetica dando vita ad un puzzle senza fine ed in continuo stravolgimento.
Tehran, insomma, non è un bel posto.
Per me, per lo meno.
Però … però del magico c’è.
Eccome se c’è.

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13 Novembre, Tehran ◀ Giorno 412 🇮🇷 ▶
Tre giorni a Tehran e viverli in una piccola splendida famiglia, circondato da quel tipo di cura e dolcezza che solo una madre ed una sorella saprebbero dare.
Questa è per me la vera magia di Tehran, e dell’Iran intero.
Quella vera.

[ 13 Novembre 2017 ] Tehran (Iran).

14 Novembre, Tabriz ◀ Giorno 413 🇮🇷 ▶
30 giorni in Iran oggi, ed eccomi arrivato in quella che probabilmente sarà per me l’ultima tappa – a questo giro, per lo meno – di questo sorprendente paese.
Tabriz, Nord – Ovest dell’Iran.
Una città non lontana dalle montagne del Caucaso, dai confini con Turchia, Armenia ed Azerbaijan oltre che dalla regione del Kurdistan, flagellata due giorni fa da un disastroso terremoto.
Una città al di fuori dei circuiti più classici, tra quelli proposti per i tour in Iran; forse perché ben distante dalle sue ben più note sorelle (situate al Centro – Sud del paese), o forse perché incredibilmente – ed imperdonabilmente – sottovalutata.

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15 Novembre, Tabriz (Kandovan) ◀ Giorno 414 🇮🇷 ▶
Non poteva che finire così, con l’Iran.
Dopo avermi donato sorprese continue con le moschee di Mashhad, i deserti di Kerman, le vie silenziose e le vedute di Yazd, gli amici di Mehriz, le unicità di Kashan, le piazze ed i ponti di Isfahan, i colori, le antichità e gli abbracci familiari di Shiraz, i segreti e le dolcezze di Tehran, e con i bazaar e le squisitezze di Tabriz … ecco che oggi, durante il mio ultimo giorno in terra iranica, sono davvero rimasto a bocca aperta.
Cristallizzato di fronte ad un luogo la cui esistenza è difficile addirittura soltanto immaginare. E la cui bellezza lascia veramente senza parole.

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16 Novembre, confine con l’Armenia ◀ Giorno 415 🇮🇷 – 🇦🇲 ▶

http://bicicladi.com/wp-content/uploads/2018/02/Video-confine-Italia-Svezia.mp4

 

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MAPPA DEI LUOGHI

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TURKMENISTAN: un transito record di 23 ore!

Febbraio 27, 2018 3669 Views

Un primato mondiale di cui non vado particolarmente fiero, figlio di circostanze bizzarre ed una tempra talvolta troppo istintiva.
Dall’Uzbekistan all’Iran, via terra e senza mezzi a motore, in 23 ore.
L’attraversamento del Turkmenistan … in meno di un giorno.

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15 e 16 Ottobre, da Farab a Sarakhs ◀ Giorni 383 e 384 🇺🇿 – 🇹🇲 – 🇮🇷 ▶
Lo avevo anticipato: non avevo la minima idea di quello che sarebbe successo in Turkmenistan.
Tuttavia non avrei nemmeno mai pensato che avrei scelto di restarci addirittura meno di 24 ore.
Che cos’è successo?
Poco, molto poco, sicuramente troppo poco. Ma abbastanza per farmi prendere una decisione con la pancia ben lontana da tutti i miei “piani” iniziali.

In sostanza il Turkmenistan, dopo una stretta di mano ed un sorriso sincero del primo militare di frontiera ed una piacevole pedalata di 40 km – nel mezzo di deserto, desolazione e campi di cotone – per raggiungere la città di Turkmenabat, mi ha presto gettato nello sconforto e nella rassegnazione.
Costi assurdi per gli stranieri (hotel a partire da 50$ a notte ed una semplice simcard con internet per 2 giorni a 30$, con la facile motivazione “sono le regole, se per noi costa 30 Manat per voi sono 30 Dollari”), sole e caldo furioso nelle ore diurne e freddo di notte, inglese pressoché non pervenuto, controlli passaporto e militari sospettosi dagli sguardi torvi e minacciosi ad ogni angolo.
Le poche persone con cui sono riuscito a parlare (due ragazzi in totale) – alle quali ho espresso le mie perplessità – mi hanno sorriso con gli occhi; come a capirmi, in un atteggiamento al contempo orgoglioso e mesto verso una realtà dalla quale probabilmente sognano soltanto di poter fuggire.

Chi mi conosce un po’, lo sa: ho un carattere generalmente mite e riflessivo, ma talvolta mi lascio vincere dall’istinto e dalle sensazioni. Soprattutto quelle iniziali, per quanto alle volte siano solo passeggere e potenzialmente mal fondate.
Nei fatti, comunque, ho trascorso qualche ora nell’anonima e dispersiva Turkmenabat, cercando un ristoro ed un alloggio nel mezzo di lunghi viali oscuri. Poi, viste le proposte proibitive per un soggiorno in città, ho acquistato una branda su un treno notturno per Mary, dove immaginavo di rimanere una notte, provando a mercanteggiare ancora una volta il prezzo di un hotel.

Alle 7 di stamattina, però, appena sceso dal treno ed alle prese con le prime riflessioni sul da farsi, sono stato approcciato da un poliziotto in incognito. Il terzo, in neanche mezza giornata. Anch’egli, come i due precedenti, mi ha squadrato come se fossi un ricercato internazionale dalla fama spregevole. Anch’egli con le stesse richieste.
Non domande, richieste:

“Da dove vieni.” – “Italia.”
“Dove stai andando.” – “Iran.”
“Dov’è la tua guida.” – “Quale guida? Sono da solo. Sono arrivato in treno. Con questa bici ed un visto di transito.”
“Fammi vedere il telefono.” – “Perché?”
“Fammi vedere il telefono.” – “Ok.”
“Cancella tutto. Non puoi fare foto in Turkmenistan.” – “Ok”.

Quando poi, dopo neanche 10 minuti, un nuovo gendarme mi ha avvicinato ed intimato “Passaporto!” non sono riuscito a contenere un onomatopeico “Ancora?! Ma vaffanculo …”
Sì, l’istinto.
E poi non puoi chiedermi il passaporto in quel modo.
Sono un ragazzo sensibile in fondo.

Poco lontano dal mio sguardo, fermo al binario numero 2, un vecchio convoglio con scritto Mary – Sarakhs sbuffava una partenza ormai prossima. Sarakhs, la cittadina di confine punto di uscita del mio visto. Mi sono avvicinato ad uno dei vagoni e, nel mio imbarazzante russo, sono riuscito a capire che quello che stavo osservando era l’unico treno settimanale diretto a Sarakhs. Un chiaro segno. Una frivola pioggerella, presto poi sostituita da un’alba colorata, ha quindi contribuito alla scelta decisiva.

Ho capito lì, in quel preciso momento, che del Turkmenistan non mi interessava più proprio nulla. Affranto – ma non troppo – ho così deciso di non rimanere oltre.
Addio regime militare, addio dittatore vampiro. Non è il terrore ciò che la tua buona gente merita.
Il mio doveva essere un semplice transito, e transito – velocissimo – è stato.
Per loro si tratta di vita di tutti i giorni.

Tutto questo, ragazzi, per concludere infine con due osservazioni.
La prima è che ho avuto la fortuna di ottenere un visto di transito di 5 giorni e l’ho gettato alle ortiche in meno di uno.
La seconda – e per me di gran lunga la più importante – è che un altro paese è già cominciato.
Un sogno, a lungo cullato, chiamato Iran.

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MAPPA DEI LUOGHI

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UZBEKISTAN: le città mitiche della Via della Seta (23 Settembre – 14 Ottobre)

Febbraio 24, 2018 4078 Views

Esistono davvero Samarcanda ed il suo Registan?
Quante e quali differenze si possono trovare tra gli abitanti di Tashkent, Khiva e Bukhara?
Come ci arrivo in Iran via terra?

Col Kazakistan ormai alle spalle, era arrivato il momento di scoprire tutto questo.
In un paese a lungo immaginato, e finalmente di fronte a me: l’Uzbekistan.

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23 Settembre, verso Tashkent ◀ Giorno 361 🇰🇿 – 🇺🇿 ▶
Ce l’ho fatta.
Con una catena in mano ed una fotocamera rotta, ma ce l’ho fatta.
E adesso a noi due, Uzbekistan!

[ 23 Settembre 2017 ] Confine Kazakhstan – Uzbekistan di Chernayevka. 3 pm.

24 Settembre, Tashkent ◀ Giorno 362 🇺🇿 ▶
Non ho proprio la più pallida idea di come trascorrerò questa sofferta e tremendamente calda domenica Uzbeka, a Tashkent!

[ 24 Settembre 2017 ] Tashkent (Uzbekistan). Art Hostel. 8 am.

25 Settembre, Tashkent ◀ Giorno 363 🇺🇿 ▶
Perché, dopo una serie di sfighe celesti, bisogna aiutare il proprio karma.
Oppure, come in questo caso, giocarselo una volta per tutte.

[ 25 Settembre 2017 ] Tashkent (Uzbekistan). 4 pm.

27 Settembre, Tashkent ◀ Giorno 365 🇺🇿 ▶
Dopo Samarcanda – ormai alle porte – ecco un altro tassello del viaggio ed una nuova parte di questa Via della Seta prendere forma.
Un altro piccolo sogno che inizia a delinearsi e che presto diverrà reale: Iran!

[ 27 Settembre 2017 ] Tashkent (Uzbekistan). 3 pm.

29 Settembre, Tashkent ◀ Giorno 367 🇺🇿 ▶
Delle “cose da fare a Tashkent”:
Sistemare catena bicicletta: fatto.
Visto Iran: fatto.
Visto Turkmenistan: richiesto ed in attesa.
Riparare macchina fotografica o comprarne una nuova: fatto oggi.

La mia cara Olympus, alla fine, non ha superato i due mesi di viaggio; servirebbe un’ispezione accurata per ripararla e forse pezzi di ricambio. Non fattibile a Tashkent.
Con l’aiuto di un amico, così, sono riuscito a vendere il mio obiettivo Panasonic e rientrare di due verdoni, in modo da acquistare un altro apparecchio senza lasciare un rene.
Una semplice Canon (non si trova altro in questa parte di mondo, a parte Nikon e Canon), modello beginner. Non avevo intenzione di spendere quanto un mese (o più) di viaggio, ma mi serviva comunque trovare una soluzione. Spero di non rimanere deluso e di riuscire a condividere ancora qualche fotografia degna di tale nome.

Nel frattempo l’autunno è arrivato in Uzbekistan: dai 30 gradi di due giorni fa si è passati repentinamente a pioggia, cielo grigio, 10 gradi e amarezza delle foglie.
Complici freddo e spesa imprevista, ho sentito il bisogno di un piatto caldo: il Plov.

Un rito, un’usanza, una cultura, un dio in Uzbekistan, più che un piatto.
Ogni località vanta la sua ricetta speciale – ovviamente ritenuta unica ed inimitabile – motivo di forte vanto e discussione in tutto il popolo.
Sostanzialmente si tratta di una combinazione gustosa ed importante (in termini calorici e di “riempimento”) di riso + carote + carne, cucinata in pentoloni grossi come l’Asia Centrale.
Ah, e olio.
Giusto un po’ d’olio.
Sí, insomma … leggero.
Lo si sente anche dal suono che fa: Plov.

[ 29 Settembre 2017 ] Tashkent (Uzbekistan). Plov Center. 2 pm.

30 Settembre, Tashkent ◀ Giorno 368 🇺🇿 ▶
Chi sa qualcosa dell’Uzbekistan?
Voglio dire, oltre a sapere che è in Asia Centrale, che è un ex soviet dell’Unione e che vi si trova Samarcanda … chi sa qualcosa in più?
Io stesso, ad essere onesto, sapevo poco o nulla prima di mettervi piede.
Tutt’oggi, trascorsa una settimana dal mio ingresso, brancolo ancora nel buio.
La sola Tashkent ha fagocitato per ora interamente la mia attenzione ed i miei giorni, tra burocrazie varie ed imprevisti da risolvere; una Capitale giovane, ricostruita interamente dopo un terremoto che la rase al suolo nel 1966, esempio di piacevole ed illuminata urbanistica bolscevica che oggi, grazie ad un cielo perfetto ed una fotocamera nuova (di cui tuttavia potrei essere più soddisfatto), mi ha regalato il lato più scintillante ed appariscente di sé.
Eccolo qui.
La scoperta dell’Uzbekistan è cominciata.

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Appendice al giorno 368
Ieri scrivevo del “lato più scintillante di Tashkent”, allegando foto di monumenti, cibo e parchi.
In realtà, però ce n’è un altro, e ben più importante.
Chi ti scorta al confine per farti superare la fila come segno di benvenuto, chi ti accompagna a sistemare la catena della bici in cambio di niente, chi ti dà consigli e ti chiede se hai bisogno di aiuto, chi si ferma per farti una foto o chiedertene una, chi non sa parlare inglese ma ti sorride e ti abbraccia, chi l’inglese lo vuole praticare e ti domanda di parlare, chi si siede al tavolo di fronte a te e ti offre quello che ha, chi brinda con te e ti stringe, chi ti guarda e basta e ti saluta portandosi una mano sul cuore.
Chi ti tratta come un amico ed un fratello per una settimana intera (grazie di cuore, Umid).
Il lato più scintillante di Tashkent – e dell’Uzbekistan – è soltanto uno.
Gli Uzbeki.

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1 Ottobre, Samarcanda ◀ Giorno 369 🇺🇿 ▶
Primo di Ottobre, duemiladiciassette.
E provate oggi a chiedermi se sono felice.
Samarcandaaaaaaaaahahah!

[ 1 Ottobre 2017 ] Samarcanda (Uzbekistan). Registan. 2 pm.

2 Ottobre, Samarcanda ◀ Giorno 370 🇺🇿 ▶
Samarcanda.
La mitica Samarcanda.
Da sempre – non sarò di certo l’unico – presente nelle mie fantasie di viaggio più fanciullesche; insieme al Perito Moreno ed a Mostar faceva parte del trittico delle meraviglie che avrei voluto vedere almeno una volta nella vita (e, insieme all’Iran, tappa fondamentale di questo viaggio).

Faceva, perché non è più un desiderio.
Dopo averla a lungo sognata ed immaginata, Samarcanda ieri è divenuta realtà.
Ecco perché ho provato una strana ed incontenibile felicità.
La sola idea di esserci arrivato – e di averlo fatto con le mie sole forze – mi ha regalato una scarica di adrenalina ed entusiasmo che non provavo da tempo. Forse da quando posai il mio sguardo, per la prima volta, sulle acque del lago Bajkal.
Tanto forte da lasciarmi quasi stremato.

Oggi, difatti, mi sono svegliato privo di forze e con l’umore blando.
Complice un clima incerto – con un vento che a metà mattina ha iniziato a spirare feroce da sud, portando caldo e sabbia – ho deciso di aspettare ad immergermi nei richiami epici della città, il cui bagliore mi aveva già fatto gioire ieri.

Come sempre faccio, in questi casi, sono montato in sella alla mia bici ed ho iniziato a pedalare. Totalmente a caso. Seguendo le strade, i vicoli, le sensazioni. Perdermi, a Samarcanda, era quello che volevo. E così ho fatto.

L’odierna Samarcanda non ha nulla a che vedere con i fasti di Tamerlano, le ricchezze delle carovane o con il pugno di ferro sovietico che l’ha fatta risorgere e poi trasformata; è una città grande, neanche tanto bella ad essere sincero, dove persone normali vivono una vita normale con pensieri normali ed abitudini normali.
Sì, insomma … le giornate, a Samarcanda, trascorrono normali; come in tutte le città del mondo.

Che si respiri storia e magia tutto intorno, però, è un dato di fatto.
Ed il tramonto torna sempre a ricordarlo.

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3 Ottobre, Samarcanda ◀ Giorno 371 🇺🇿 ▶
Anche oggi, a Samarcanda, ne avrei di raccontare di cose.
A fine giornata, però, mentre tornavo verso l’ostello, ho udito da lontano dei ragazzini giocare a pallone.
Mi sono illuminato.
Così ho scoperto che, proprio dietro il Registan (che sarebbe come dire il Colosseo a Roma o gli Champs Elysees a Parigi) c’è un parco dove i bambini giocano a pallone.
Scalzi.
E nessuno dice niente.
Trovo tutto questo bellissimo.
Poi ovviamente non ho potuto fare a meno di sfidarli.
E di vincere.

PS: scusate la qualità della foto, ma è stata scattata da un bambino che si divertiva a giocare con la mia macchina; è mossa e sfocata (anche se non ho idea di come il bambino sia riuscito a mettere a fuoco me, in corsa), ma per me rappresenta comunque un momento impagabile, da ricordare … e da condividere.

[ 3 Ottobre 2017 ] Samarcanda (Uzbekistan). Registan Park. 5,30 pm.

4 Ottobre, Samarcanda ◀ Giorno 372 🇺🇿 ▶ VIDEO
CINEMA REGISTAN presenta: “Benvenuti in Uzbekistan!”

Un po’ lungo, ma in alcuni punti merita davvero.
A tratti sublime e a tratti pacchianissimo (al suv finale c’era da andarsene facendo la ruota).
Il Registan di Samarcanda, tuttavia, rimane magico.

PS: secondo me tutto questo non accadeva ai tempi di Temerlano. Soprattutto per i Giappi.

http://bicicladi.com/wp-content/uploads/2018/02/Video-Registan.mp4

 

5 Ottobre, Samarcanda ◀ Giorno 373 🇺🇿 ▶
Quando arrivai a Samarcanda, 4 giorni fa – lo sapete – fui immediatamente preda di uno strano entusiasmo.
Ancora in stazione, non appena sceso dal treno da Tashkent, ebbi bisogno di sedermi un attimo su una panchina per realizzare davvero dove fossi arrivato.
Presi il telefono ed impostai il nome del mio ostello sulle mappe; sapevo che era a due passi dal Registan – il punto nevralgico della città e probabilmente di tutta l’Asia Centrale – ma dovevo comunque percorrere i 9 km che lo distanziavano dalla stazione dei treni.
Dopo averne mangiati 7, decisi di spegnere il GPS e di lasciarmi guidare dalle enormi cupole di maiolica azzurra che avevo scorto da lontano.
Le mappe non servivano più.
I battiti erano già a mille.

Una volta giunto di fronte al mausoleo provai un’emozione unica, impossibile da raccontare, e mi lasciai andare ad una risata di felicità.
Ero davvero entrato a Samarcanda!

Varcai il portone d’ingresso e, posta la bicicletta accanto ad un muretto, iniziai a camminare in un sogno.
Quando mi risvegliai, chiesi ad alcuni turisti francesi di scattarmi una foto – a memorandum – quindi mi allungai verso l’uscita. Lì fui salutato da Eric, un ottantenne americano desideroso di conoscere uno strano viaggiatore in pieghevole; felice, mi abbandonai con lui in una chiacchierata di mezz’ora e lentamente recuperai la cognizione del tempo.
Quindi, affamato, mi incamminai verso il vicino Bazaar per trovare un luogo dove rifocillarmi.

Scelsi un ristorante usato quasi esclusivamente da uzbeki e mi sedetti; la giovane cameriera che mi accolse era di una bellezza rara, mai vista prima, che mi lasciò di stucco. Pranzai lentamente, guardandola di tanto in tanto mentre passava e mi rivolgeva un sorriso timido, fin quando il mio piatto (non ricordo che cosa ordinai) si vuotò e la tisana del tè si rinsecchì.
“Tanta roba, Samarcanda!”, dissi tra me e me.

Dopo circa un’ora con le gambe incrociate, a stomaco e sensi pieni, ero ormai totalmente rientrato in me e così iniziai a pensare razionalmente.
“Strano, però … me l’aspettavo più imponente, questo Registan”, bofonchiai.
Quindi, reimpostata la mappa sul telefono, iniziai a pedalare verso l’ostello, segnalato ormai a meno di un chilometro.

Quando vi sfrecciai vicino, nella piazza antistante, notai alla mia destra altre cupole di maiolica azzurra, contornate da palazzi giganteschi.
Allargai la mappa per capire di che cosa si trattasse e, facendo ciò, risi sonoramente di me: il luogo dove mi ero smarrito quasi tre ore prima (e che a mente fredda mi era sembrato meno impressionante di quanto mi aspettassi) non era quello che credevo, bensì il mausoleo di Bibi Khanym, uno dei tanti di Samarcanda.
Il Registan – l’imponente Registan – era quello che stavo ora osservando, dal retro e senza nemmeno essermene accorto prima.
“Che pirla …”

Fu così che lo raggiunsi, per la prima volta.
Per errore.
Poi però vi tornai, ogni giorno.
A tutte le ore e con ogni clima.
Osservandolo invaso dai turisti e godendomelo in solitudine poco dopo l’alba, immaginando come potesse essere stato avvistarlo da lontano, nei secoli addietro, quando era circondato soltanto da capanne e deserto.
Perdendomi – come farò anche fra poco, prima di andarmene in treno stanotte – in ogni suo colore, in ogni sua sfumatura ed in ogni suo riflesso.

Ogni volta rimanendo come la prima, a bocca aperta.
Ogni volta senza mai più riuscire a rientrare totalmente in me.
Forse perché, abbagliato da tanta bellezza, non è una cosa umanamente possibile.
O forse perché, davanti ad uno spettacolo come questo, semplicemente non ho più davvero avvertito il desiderio di volerlo fare.

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6 Ottobre, Khiva ◀ Giorno 374 🇺🇿 ▶
12 ore di treno più 3 di bici controvento per lasciare Samarcanda e raggiungere l’antica cittadella – museo di Khiva.
Avrò fatto bene?

[ 6 Ottobre 2017 ] Khiva (Uzbekistan). 4 pm.

7 Ottobre, Khiva ◀ Giorno 375 🇺🇿 ▶
Pur essendo di dimensioni estremamente ridotte (dalla Porta Nord alla Porta Sud sono una manciata di minuti di cammino), la cittadella di Khiva vanta una storia ricchissima.
Antico caravanserraglio sulla Via della Seta, fu la capitale di numerosi Khan e famoso crocevia di schiavi e mercanzie. Fu difesa per secoli e poi distrutta dall’invasione bolscevica, che la fece tramontare quasi definitivamente. Riscoperta in età moderna, è tornata agli antichi fasti grazie all’aiuto ed al denaro dell’UNESCO, ed è oggi meta importante – e meravigliosa – di ogni tipo di viaggio in Uzbekistan.

Vi sono due Khiva.
Quella delle mura ricostruite, degli autobus parcheggiati, delle guide, degli stormi giapponesi, delle torri e delle madrasse, dei selfie, dei negozi di souvenir, delle officine di tappeti e vestiti, degli hotel, dei ristoranti e dei biglietti da comprare.
E poi quella dei minareti, dei Bazaar, dei mattoni e delle vie insabbiate, delle case in fango rinsecchito e dei tramonti senza tempo, dei bambini che giocano e di quelli che ti sbirciano da una porta, della vita che scorre quotidiana in quello che alla fine non è altro che un villaggio antico, circondato da mura fortificate e diventato oggigiorno un museo a cielo aperto.
Una Khiva dove è impossibile non passeggiare stralunati e scattare decine di foto, ed una Khiva dove una fotografia sarebbe una vergogna.

Un luogo dove oggi, mentre mi aggiravo da solo tra le case della parte Sud, mi sono imbattuto in una viuzza splendida, dove una donna stava camminando in controluce; un’immagine perfetta, per una fotografia.
Ad un tratto, però – mentre mettevo a fuoco – la donna si è appoggiata al muro, accasciandosi. Mi sono avvicinato per chiederle se avesse bisogno di aiuto e ho così potuto vedere da vicino, avvolta in foulard che la nascondevano interamente, una vecchina dall’età indefinibile. In una mano stringeva un sacco, nell’altra un bastone per camminare.
Respirava con affanno e, una volta a pochi centimetri di distanza, l’ho sentita ansimare profondamente. Mi ha guardato con due dolcissimi occhi azzurri, portandosi una mano sul cuore come per farmi capire che il problema arrivasse proprio da lì. In silenzio l’ho aiutata ad alzarsi e, dopo aver imbracciato il suo leggero sacco, ho stretto la sua mano per accompagnarla dove era diretta. Poche decine di metri in effetti, senza che lei abbia però mai smesso di ansimare un secondo. Raggiunto un piccolo patio l’ho sorretta fino all’entrata di casa dove lei, una volta seduta, si è sciolta in un sorriso senza denti ed un caloroso abbraccio materno. Al suo “Rahmat” (grazie in uzbeko) ho lasciato che le mie dita stringessero un’ultima volta, per alcuni interminabili secondi, la carne piena di vita di una donna che ha trascorso qui la sua centenaria esistenza e che porta questi luoghi nella sua pelle, nel suo cuore e nella sua anima.
Una donna che non rivedrò mai più, ma che di certo non dimenticherò facilmente.
Lei, il ricordo più indelebile di Khiva.

(Non ho scattato una foto di questa donna. Per un attimo ho pensato di chiederglielo – e credo che lei me l’avrebbe anche concesso – ma mi sarei sentito un po’ un vigliacco se l’avessi fatto, dopo un momento simile)

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8 Ottobre, verso Bukhara ◀ Giorno 376 🇺🇿 ▶
Da quando questa buffa storia dei viaggi con una bici pieghevole è cominciata, più di due anni fa ormai, molte volte mi è stato domandato come riuscissi a mantenermi e finanziarmi senza lavorare.
Dove li trovi i soldi?
Chi ti sponsorizza?
La risposta è che ho sempre fatto tutto da solo, attingendo ai risparmi messi da parte in anni di lavoro e cercando di mantenere delle spese giornaliere il più basse possibili; non ho mai cercato sponsors, soprattutto perché non ero in grado – né volevo – garantire qualcosa a qualcuno, bensì provare a vedere dove potessi arrivare in totale libertà di tempo e movimento.
Così fu in Grecia e per la prima parte di questo lungo viaggio, da Milano a Bangkok.
Fino alla ripartenza di luglio, quando trovai l’appoggio di un tour operator (Metamondo), specializzato in Asia Centrale, che ha visto delle potenzialità in quello che sto facendo e che ha deciso di prendere parte a questa seconda parte sulla Via della Seta.
Ieri, a Khiva, ho ritrovato questo tour operator. In uno dei suoi gruppi organizzati per i tesori dell’Uzbekistan; ho udito delle voci parlare italiano e mi sono imbattuto in un logo familiare, scoprendo fin da subito l’interesse e la simpatia di Monica (la gentile tour leader, a conoscenza del mio progetto) di Bakhshillo (la splendida guida locale) e di tutti i partecipanti al viaggio.
I quali, tutti insieme, mi hanno offerto un passaggio in autobus verso Bukhara, la nuova destinazione, risparmiandomi tempo e denaro e soprattutto regalandomi, per una giornata intera, quella giovialità che solo un gruppo felice di italiani sa generare.
E che tanto mi mancava.
Un dono totalmente inaspettato.

[ 8 Ottobre 2017 ] Viaggio in Bus da Urgench a Bukhara (Uzbekistan). 11 am.

9 Ottobre, Bukhara ◀ Giorno 377 🇺🇿 ▶
È possibile trascorrere un giorno a Bukhara e non vedere quasi nulla?
Sì.
Soprattutto quando la mattinata viene interamente fagocitata da una notizia quasi insperata, e cioè che il Turkmenistan ha approvato la mia richiesta di visto di transito, con inizio fra 6 giorni.
Dovrò tornare in fretta a Tashkent a ritirare il visto, quindi a Bukhara per continuare il viaggio verso il confine Turkmeno e magari iniziare a pensare come attraversare in pochi giorni un paese completamente sconosciuto e difficilmente accessibile in autonomia.
Tempo e “testa” per scoprire Bukhara, insomma, oggi proprio non ne ho avuti.
Eppure per quel poco che ho potuto constatare in un paio d’ore di giri in bici, Bukhara sembra davvero una nuova, assoluta meraviglia.

[ 9 Ottobre 2017 ] Bukhara (Uzbekistan). Moschea Kaylan. 4,30 pm.

10 Ottobre, Bukhara ◀ Giorno 378 🇺🇿 ▶
Si racconta che l’ultimo emiro di Bukhara, durante i giorni di mercato, fosse solito lanciare i suoi oppositori dalla cima del Minareto di Kalon, per educare il popolo.
Il Minareto di Kalon, alto quasi 50 metri, fu per secoli l’edificio più alto di tutta l’Asia Centrale.
Alim Khan, l’ultimo emiro di Bukhara, governò fino a quando fu sconfitto dall’Armata Rossa … nel 1920.
Credo che soltanto questo basti a dare un’idea di quanta storia e di quanto fascino vi siano dietro a questa deliziosa ed inimitabile perla dell’Uzbekistan e del mondo intero.

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11 Ottobre, Tashkent ◀ Giorno 379 🇺🇿 ▶
Ah. Ok.
Quindi non era uno scherzo.
La storia del visto era proprio vera.
Uno dei paesi più chiusi al mondo – forse secondo solo alla Corea del Nord – mi ha concesso di entrare.
In autonomia. Per massimo 5 giorni.
E adesso? …
Comunque viva il Turkmenistan!

[ 11 Ottobre 2017 ] Tashkent (Uzbekistan). 4 pm.

13 Ottobre, Tashkent ◀ Giorno 381 🇺🇿 ▶
Rientrato a Tashkent per ritirare un insperato visto Turkmeno, ho scelto di trascorrere gli ultimi giorni in terra Uzbeka in questa città, dove il clima autunnale è tornato piacevole ed io sono circondato da parchi e qualche generoso amico.
Le giornate scorrono così tranquille, tra ricerche sui prossimi paesi, camminate (o pedalate) tra gli alberi e semplici momenti di relax quotidiano; insomma, non c’è molto da raccontare e condividere.
Allora oggi vado indietro di una settimana, e più precisamente alla visita alla fabbrica di carta di Samarcanda: una produzione importata dalla Cina diversi secoli fa e che per molto tempo è rimasta una delle più pregiate al mondo. Tornata in auge negli anni recenti, ecco a voi una piccola documentazione di fotografie di uno dei tesori più rinomati dell’antica Via della Seta.
E per citare un amico … tutto ciò “accadde, naturalmente, a Samarcanda”.

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14 Ottobre, Tashkent ◀ Giorno 382 🇺🇿 ▶ VIDEO
Il punto della situazione ed i possibili sviluppi dei prossimi giorni: Uzbekistan  🔜 Turkmenistan  🔜 Iran!

PS: la gentile connessione Uzbeka è crollata prima del “Ciao a tutti!” finale.

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MAPPA DEI LUOGHI

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KAZAKISTAN: da Almaty a Shymkent, ed una pedalata sventurata (15 – 23 Settembre)

Febbraio 21, 2018 3334 Views

Dopo tre sorprendenti settimane in Kirghizistan, il viaggio prendeva un’inattesa deviazione.
L’Est e l’Uzbekistan avrebbero aspettato ancora otto giorni; un altro immenso paese, situato a Nord, avrebbe catturato la mia attenzione.
Troppo esteso per essere scoperto totalmente, lasciai che il Kazakistan mi rivelasse soltanto alcuni dei suoi innumerevoli dettagli: le ricchezze di Almaty, lo splendore delle sue montagne, la desolazione di Shymkent e le prime cupole blu della mia Via della Seta, a Turkistan.
Per poi inforcare la bicicletta e cominciare una lunga pedalata – quantomai infausta – verso il confine uzbeko, e quindi Tashkent.

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15 Settembre, verso Almaty ◀ Giorno 353 🇰🇬 – 🇰🇿 ▶
Il Kazakistan, prima di partire, non rientrava tra i miei piani. Durante il viaggio, tuttavia, ho sentito altri viaggiatori parlarne molto bene. Soprattutto – tenendo a mente che si tratta di uno dei paesi più estesi al mondo (credo il settimo) – della parte Sud e di Almaty.
Il mio visto Uzbeko inizia domenica, ma ho deciso di aspettare ancora qualche giorno ad entrare … passando, appunto, per il Kazakistan.

Almaty dista da Bishkek circa 250 km.
In marshrutka o taxi è una tratta facilmente percorribile, in circa 5 ore di guida.
In bicicletta, dovendo superare diversi dislivelli e steppe desertiche, tra i 2 ed i 3 giorni.
Ancora una volta, così, ho optato per l’intermodalità: 30 km di pedalata mattutina per raggiungere il confine + tratta kazaka in marshrutka.

Una volta passata la dogana, ho domandato ad un simpatico gendarme kyrgyzo di scattarmi una foto.
Seppur vietato, ha risposto “DA”.
I kyrgyzi, di fondo, sono delle meraviglie.

Ed insomma eccola qui, l’istantanea del mio passaggio in frontiera e della mia prima tratta in bicicletta (da carico) di questa seconda parte del viaggio.
Solo 30 km.
Sì, lo so, sono ridicolo (tant’è che io stesso mi sono messo a ridere durante lo scatto).
Però posso anche dire di aver davvero raggiunto in Kazakistan in sella alla mia bici.
In maniera letterale, del resto… non fa una grinza.
Ed io non posso che esserne felice.

[ 15 Settembre 2017 ] Confine Kyrgyzstan – Kazakhstan a Kordai. 11 am.

16 Settembre, Almaty ◀ Giorno 354 🇰🇿 ▶  VIDEO
Almaty mi ha preso fin da subito; sembra una Bishkek un po’ più moderna, pulita, alberata, rilassata e più vicina alle montagne.
Avendo anche trovato ospitalità, credo che ci rimarrò per qualche giorno.
Come sempre mi piace fare quando sono in una nuova città, ho chiesto a Railya – la mia ospite di origine Uzbeko / Tatara, ma residente in Kazakistan – di suggerirmi un posto da cui poter vedere la città dall’alto. Una collina, una montagna, un belvedere, una torre … un punto panoramico insomma.

“Oh, puoi andare a Kok Tobe! Da lì c’è una bella vista!”
“Ok, ottimo! E come ci arrivo?”
“Dovresti trovarlo sulle mappe. Comunque basta che vai verso le montagne, sicuro che lo trovi!”

I problemi sono stati però due:
1) Almaty è per metà totalmente circondata da montagne
2) Alle volte pecco di eccessiva sicumèra

Soltanto dopo 30 chilometri di ostinata salita (e credo uno di dislivello) mi sono accorto di aver impostato sulle mappe – e quindi seguito – la strada verso il Kok Tobe Restaurant, in una delle tante valli a Sud di Almaty, verso i valichi di confine col Kyrgyzstan.

“Molto bene” – mi sono detto. “Sono stanco, sudato e completamente fuori strada. Come inizio in terra Kazaka non è certo una roba da campioni.”
Poi però ho trovato questo posto. Con un fiume.
Così mi sono fermato, e – chissà perché – alla fine ero contento di essermi perduto.

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17 Settembre, Almaty ◀ Giorno 355 🇰🇿 ▶
Almaty – nata a metà ottocento col nome di Vernyj, poi diventata Alma-Ata (il cui bizzarro significato è “il padre delle mele”) e quindi ribattezzata, come è nota oggi, in età sovietica – è la vecchia capitale del Kazakistan (a fine anni ‘90 è stata soppiantata da Astana) e, stando ad alcune fonti, la città più popolosa del paese.
È una città che sorge alle pendici di montagne perennemente innevate, e si sviluppa in obliquo.
Più si sale – mi è stato detto – più si incontra la Almaty “bene”, affascinante, spaziosa, vivace ed opulenta.
Più si scende e più ci si immerge nella realtà più povera ed autentica di una terra che, dopo secoli di nomadismo, è diventata una giovane repubblica fondata sul gas e le esportazioni di elementi naturali.
Oggi, domenica, sono salito fino al punto panoramico di Kok Tobe (finalmente quello giusto) e poi ho gironzolato per la parte “in” della città.
Brutta? Tutt’altro. Molto bella a dire il vero.
Forse un poco finta, ma non bisogna dimenticare che la storia di Almaty è pressoché agli albori.
Il vero Kazakistan probabilmente è altrove; magari domani, scendendo verso la pianura, ne capterò qualche sfumatura in più.

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19 Settembre, Almaty ◀ Giorno 357 🇰🇿 ▶
Tutte le città sono più belle quando sono osservate dall’alto di una montagna.
Lo spirito si eleva, lo sguardo si discioglie.
Soprattutto quando la vetta è stata agognata, sudata e raggiunta con le sole proprie forze.
La vista allora, da lassù, sarà di certo impagabile.

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20 Settembre, Almaty ◀ Giorno 358 🇰🇿 ▶
“Quindi come va al lavoro?
E la fidanzata?
Figli? A quando?
E, dimmi un po’, dov’è che abiti?”

“Ehm … no, ascolta … sono in Kazakistan. Da solo. E sto aspettando un treno notturno. Per un posto che si chiama Shymkent. E no, non ho idea di come sia. Tantomeno perché ci vado. Però mangio tante mele. Va bene lo stesso?”

[ 20 Settembre 2017 ] Almaty (Kazakhstan). Stazione Alma Ata 2. 10 pm.

21 Settembre, Shymkent ◀ Giorno 359 🇰🇿 ▶
Shymkent, sede di una base strategica per i Mongoli sull’antica Via della Seta ed attuale terza città più popolosa del Kazakistan.
Shymkent, nota al mondo per aver dato i natali alla famosissima (?) ginnasta Nellie Kim e conosciuta anche come “la Venezia delle Steppe” o “la Parigi insabbiata”.
Shymkent, “la Magnifica”.
Eccola, Shymkent, con veduta sulla piazza principale.
Tipo Piazza del Plebiscito a Napoli, oppure San Carlo a Torino.
Quasi dai …
Con tutto il rispetto per Nellie Kim.
Ah, com’è bello – e difficile – alle volte essere italiani.

[ 21 Settembre 2017 ] Shymkent (Kazakhstan). Independence Park Square. 5 pm.

22 Settembre, Turkestan ◀ Giorno 360 🇰🇿 ▶
L’avevo pensato come un giorno di riposo (in previsione della pedalata di domani verso l’Uzbekistan), poi però ho scoperto che a due ore di bus da Shymkent giace la cittadina di Turkestan.

Nel centro di Turkestan si trova il mausoleo di Khawaja Ahmed Yasawi, commissionato nel 1390 da Tamerlano in onore di un grande predicatore islamico vissuto due secoli prima. Oggi si tratta di un sito Unesco, riconosciuto come il monumento più importante di tutto il Kazakistan.
Per i musulmani dell’Asia Centrale è inoltre un punto di riferimento importante; credenze locali dicono che tre pellegrinaggi al mausoleo di Turkestan equivalgono ad uno a La Mecca.

Detto tutto questo … potevo forse perdermelo?
So che da qui in avanti immagini di questo tipo si ripeteranno ancora (e probabilmente saranno anche molto più entusiasmanti), ma mi sembra di essere tornato al giorno in cui entrai a Jinghong, in Yunnan, e mi trovai di fronte per la prima volta al Mekong.
Un fiume che avrei costeggiato e rivisto per i mesi a seguire, e di cui non mi stancai mai.

In qualche modo, così come allora, da oggi mi sento su una strada nuova.
Come se da qui, da Turkestan – complici un mausoleo e la prima cupola in maiolica azzurra – iniziassi finalmente a percorrere quella Via il cui desiderio ho nutrito per tanto tempo, sognandola come un bambino alle prese con le prime ombre ed i primi colori; antica e misteriosa, fatta di imperi ricchissimi e decaduti, di commerci e battaglie, di eroi e carovane, di pellegrini e fortezze, di deserti e principesse, di datteri e di profumo di vino … e di storia immortale.

Finalmente, sì, eccolo qui.
Il mio vero inizio sulla Via della Seta.

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Verso l’Uzbekistan – VIDEO 1

http://bicicladi.com/wp-content/uploads/2018/02/Video-fotocamera-rotta.mp4

 

VIDEO 2

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MAPPA DEI LUOGHI

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KIRGHIZISTAN: da sud a nord, al cospetto di una natura mozzafiato (25 Agosto – 14 Settembre)

Febbraio 19, 2018 4147 Views

Attraversato il Passo di Irkeshtam con una catena rotta, entravo in un paese il cui nome nemmeno sapevo pronunciare.
Una terra a me completamente sconosciuta, che fin da subito mi colpì per le enormi differenze con la vicina grande Cina: lingua cirillica, influenze sovietiche, popoli dalle vocazioni nomadi ed una natura incontaminata e strepitosa.
Da Osh a Bishkek – campeggiando tra le foreste di Arslanbob, al cospetto delle acque del lago Issyk Kul e, coi nomadi, tra i silenzi magici del lago Song Kul – alla scoperta di uno dei paesi più sorprendenti di tutto il mio viaggio: il KIRGHIZISTAN.

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25 e 26 Agosto, Osh ◀ Giorni 332/333 🇰🇬 ▶
Ho raggiunto Osh a sera già inoltrata di giovedì. Con l’aiuto di un navigatore offline e la guida di Ruzik ho cercato la Tes Guesthouse, consigliatami da Fernando il giorno stesso (durante l’infinita tratta da Kashgar).
Ero stanco ed affamato.

Il navigatore ci ha condotto di fronte ad un ponte bloccato, a poche centinaia di metri dalla Guesthouse. Ruzik, dopo avermi aiutato a scaricare i bagagli, mi ha stretto la mano augurandomi qualcosa in russo. Nel buio di un paese nuovo – e, come ricorderete, con la bici inagibile per via della catena rotta – probabilmente mi ha sospirato un “buona fortuna” in accento kyrgyzo.
Un buonuomo, riconoscendomi come straniero e vedendomi muovermi alla cieca, si è avvicinato chiedendomi “Hostel?”.
“Da!” – ho risposto.
Il suo dito ha subito indicato la destra, facendomi intendere di seguire qualcosa dietro ad un angolo murato.
La Tes Guesthouse era lì dietro.
Un sospiro di sollievo.

Non potevo crederci.
Mi aspettavo un buco purulento, ed invece ho trovato tende, biciclette di altri cicloviaggiatori (molto più seri di me, c’è da dire), birre, rose, un prato profumato e la pizza di Nicola, un altro viaggiatore italiano che mi ha rasserenato all’istante con la sua giovialità.
Osh, insomma, mi ha sorriso fin dal principio.

L’indomani mattina (cioè ieri), con l’aiuto di Rae, Jens e Julia ho subito sistemato la catena della bici. Piantata poi la mia tenda, ho iniziato il mio ozio nel tepore quasi materno di Osh; giornate calde e sere tiepide hanno accompagnato la nenia. Bucato, esercizi, lunghe chiacchierate e risotti le mie uniche occupazioni.
Qualche pensiero intorno ai giorni a venire, ma non più di tanto.
Domani, Domenica, proverò ad uscire dalla tana in cui mi sto crogiolando da due giorni.
Alla scoperta di Osh.

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27 Agosto, Osh ◀ Giorno 334 🇰🇬 ▶
Osh non è una bella città.
Anzi, a dirla tutta, non credo che nessuno si offenderebbe se dicessi che Osh è persino bruttina.
Eppure …
Eppure a Osh c’è un Bazaar dove i sensi danzano, c’è un parco dove gente di ogni età gioca e si diverte, c’è un fiume dove i bambini nuotano ad ogni ora del giorno, ci sono viali alberati e panchine per chiacchierare, fiori per i marciapiedi e sguardi sinceri, ci sono moschee, statue di Lenin ed una montagna sacra, dove i kyrgyzi si recano a pregare, aspettando alba e tramonto.
Insomma, Osh sarà anche bruttina, ma è un concentrato di vita incredibile.
Vita di quella buona.
Quel tipo di vita che fa pensare, a momenti, che mettere radici non sembrerebbe nemmeno una cosa impossibile.
Se solo fossi in grado di capire il russo.

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28 Agosto, Arslanbob ◀ Giorno 335 🇰🇬 ▶
La tratta Osh – Arslanbob tutto d’un soffio (o quasi, se tre ore su tre minibus locali possono essere considerate tali), per poter imbracciare lo zaino verso le cascate, le foreste e le stellate di una notte tra le montagne kyrgyze.

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29 Agosto, Arslanbob ◀ Giorno 336 🇰🇬 ▶
Quando si sceglie di viaggiare a lungo, da soli, cercando in parte di seguire un itinerario ed in parte di lasciar agire il caso, qualcosa succede sempre.
Nell’immobilità ci si affloscia, nel movimento – anche se disorganizzato, sconfusionato e talvolta incosciente – le energie tracimano.
Ci sono giorni in cui accade poco, e trovar qualcosa da raccontare non è sempre un gioco da ragazzi; altri invece in cui dover selezionare parole e fotografie – quando si è scelto di condividere il viaggio – diventa quasi un piccolo sacrilegio.
Oggi è un giorno di quelli.
Le fotografie non renderebbero giustizia.
Le parole sfuggono via.
Perché mai avrei pensato di trovare tre amici ad Osh.
Mai avrei pensato di organizzare insieme a loro un trekking di due giorni in un luogo chiamato Arslanbob.
Mai avrei pensato di lasciare bici e pesi in casa di un contadino e di iniziare a camminare verso cime alte quasi 5000 metri.
Mai avrei pensato di mettermi a cercare legna sul far della sera, nel mezzo di valli sconosciute, per accendere un falò e grigliare carne tagliata a caso sopra una pietra incandescente.
Mai avrei pensato di attendere il sonno con gli occhi rivolti alle stelle del Kyrgyzstan.
E mai avrei pensato che un giorno vicino ai 34 anni avrei attraversato un terzo di mondo per poi, all’improvviso, svegliarmi qui.
Al cospetto di questo.

[ 29 Agosto 2017 ] Arslanbob (Kyrgyzstan). Campeggio sotto le montagne. 9 am.

30 Agosto, Arslanbob ◀ Giorno 337 🇰🇬 ▶
Un nome che fino a ieri non significava niente.
E che da oggi non dimenticherò mai.
Un posto.
In Kyrgyzstan.
Arslanbob.

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31 Agosto, verso Bishkek ◀ Giorno 338 🇰🇬 ▶
Quando una “semplice” tratta di 500 km in minivan condiviso diventa un viaggio a sé.
Con la fortuna di avere dei compagni di viaggio con cui passare il tempo, ed un guidatore musulmano che ogni tot si ferma per pregare.
Scegliendo sempre posti bruttissimi per farlo.

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2 Settembre, Bishkek ◀ Giorno 340 🇰🇬 ▶
Dopo un giorno intero fermo in ostello causa febbre, oggi sono uscito un poco alla scoperta di Bishkek.
Bishkek è la Capitale del Kyrgyzstan.
La Piazza di Ala Too è la più importante di Bishkek. Ergo, la piazza più importante del Kyrgyzstan.
Eccola qui.
Continuo a pensare che quella di Pizzighettone sia meglio.
Un po’ come fu a Riga lo scorso anno insomma.
Non è un paese per piazze, direi.

[ 2 Settembre 2017 ] Bishkek (Kyrgyzstan). Piazza Ala Too. 2 pm.

3 Settembre, Bishkek ◀ Giorno 341 🇰🇬 ▶
Per rimanere in tema di piazze kyrgyze, questo è quello che succede durante le ore calde del giorno ad Ala Too, la piazza principale di Bishkek, di fronte al Museo Nazionale.
Un po’ come andare in Piazza Navona, o di fronte alla Fontana di Trevi, e vedere i bambini che giocano a pallanuoto.
Adoro questo paese.

[ 3 Settembre 2017 ] Bishkek (Kyrgyzstan). Piazza Ala Too. 2 pm.

4 Settembre, Bishkek ◀ Giorno 342 🇰🇬 ▶
Ricominciata la trafila dei visti, una cosa che mi fa impazzire di gioia.
Ed ecco allora che, per l’occasione, ho rispolverato la mia arma segreta.
No.
Non il pelo impertinente che sgattaiola fuori dalla maglietta.
Un’altra.
La più famosa.
L’entusiasmo.

[ 4 Settembre 2017 ] Bishkek (Kyrgyzstan). Uzbekistan Visa Center. 11 am.

5 Settembre, Kyzart ◀ Giorno 343 🇰🇬 ▶
Rimasta chiusa quattro giorni per via di festività e weekend, ieri finalmente riuscivo a far visita all’ambasciata Uzbeka a Bishkek.
Documenti consegnati; apparentemente tutto liscio.
Per il nuovo visto ci sarà da aspettare, ma era in preventivo.
Giudicando inutile rimanere oltre a Bishkek, ho scelto – dopo Arslanbob – di condividere una nuova esperienza insieme a Nicola e Charles, la cui compagnia in questi giorni trovo estremamente piacevole.
Il Kyrgyzstan, pur essendo una nazione piccola, offre numerose attrattive naturali e possibilità di svago all’aperto.
Nel nostro caso, la scelta è ricaduta sul Lago Song Kul.
Forse a piedi, forse a cavallo.
Lo scopriremo da domani, probabilmente senza linee telefoniche per un paio di giorni.
Di fatto la giornata di oggi è volata via nel tentativo di raggiungere in maniera autonoma il villaggio di Kyzart, l’ultimo avamposto di case non nomadi che si incontra prima delle montagne che scivolano nel Lago.
Un’avventura, come ogni trasferimento in queste terre. Lunga, a tratti scomoda e complicata, ma bellissima.
Una magnifica overture, degna dei migliori compositori.
Preludio di quello che sarà la sinfonia di domani, alla scoperta di un nuovo gioiello del Kyrgyzstan.

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6, 7 e 8 Settembre, Song Kul ◀ Giorni 344, 345 e 346 🇰🇬 ▶

VIDEO

http://bicicladi.com/wp-content/uploads/2018/02/Video-Kyzart.mp4

 

Vorrei essere in grado di scrivere qualcosa di più a riguardo di questa inattesa avventura a cavallo verso il Lago Song Kul, ma non sono ancora riuscito a ridestarmi dal sogno in cui sono caduto e rimasto per 3 giorni.

Spero soltanto che queste 30 fotografie (con rispettive didascalie) riescano a parlare per me.

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9 Settembre, Issyk Kul ◀ Giorno 347 🇰🇬 ▶
Dopo tre giorni a tremila e passa metri, tra vento, freddo, cavalli, yurte e montagne … ho pensato che fosse il momento giusto per andare al mare.
Peccato che oceani e mari siano lontani anni luce dai confini del Kyrgyzstan; un po’ come desiderare un buon vino in Islanda o una burrata succulenta a Phnom Penh.
Però, a 1606 metri sul livello del mare, circondato da cime innevate dai nomi leggendari, in un angolo di terra disegnato tra i giganti Kazakistan e Cina, giace Issyk Kul.
Traduzione = lago caldo.
Il lago più grande di tutta l’Asia Centrale.
Ah, che paese meraviglioso.

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10 Settembre, Issyk Kul ◀ Giorno 348 🇰🇬 ▶
Metti una domenica mattina da piccione sul lago Issyk Kul, in Kyrgyzstan.
Che creature sfortunate.

[ 10 Settembre 2017] Cholpon Ata (Kyrgyzstan). 9 am.

11 Settembre, Karakol ◀ Giorno 349 🇰🇬 ▶
Una deviazione di un giorno – e svariate ore di trasferimento in più – per raggiungere una nuova cittadina: Karakol.
Non perché mi suscitava ilarità (vista la sua traduzione spagnola, “caracol – lumaca”), né perché luogo di partenza di innumerevoli e fantasmagorici percorsi di trekking verso la sacra catena del Tien Shan e nemmeno perché particolarmente bella in sé (come potrete immaginare dalla foto).
Semplicemente, per via di alcuni amici.

Per salutare Charles e Nicola; un francese alto, taciturno e gentile ed un triestino matto e di una simpatia straripante, miei grandiosi compagni di viaggio fin dai giorni di Osh e Arslanbob, decisi a spingersi per una settimana tra le montagne del Kyrgyzstan orientale e quindi giunti al momento del distacco.

E per riabbracciare Vicki, una canadese dal sorriso contagioso, dal cuore grande e dagli innumerevoli racconti, viaggiatrice d’altri tempi e grande ambasciatrice di positività, che forse qualcuno ricorderà: fu lei – insieme al compagno Chris – ad ospitarmi in una calda e piovosa giornata del Febbraio Vietnamita, quando mi aggiravo preoccupato per una caotica e pienissima Nha Trang (per le festività del Tet) alla ricerca di una sistemazione per la notte impossibile da trovare.

Strade che si incrociano.
Persone. Compagni di viaggio. Amici.
Come sempre, tra le memorie più pure ed indimenticabili di tutto questo lungo viaggiare in solitaria.

[ 11 Settembre 2017 ] Karakol (Kyrgyzstan). 10 am.

12 Settembre, Bishkek ◀ Giorno 350 🇰🇬 ▶
A noi, Samarcanda.
È ufficiale: nasone rosso sta arrivando!

[ 12 Settembre 2017 ] Bishkek (Kyrgyzstan). 5 pm.

14 Settembre, Bishkek ◀ Giorno 352 🇰🇬 ▶
Il Kyrgyzstan, tra tutti i paesi che ho avuto la fortuna di poter visitare negli ultimi tempi, oltre a essere tra i più belli, è sicuramente anche tra i più ospitali.
Non solo per i luoghi (sublimi) e per la gente (cordiale e disponibile), bensì anche perché è tra i pochi paesi asiatici che permette a molte nazionalità di accedere senza visto o permessi di sorta.
Timbro al confine e – BAM! – 60 giorni liberi.
Una goduria, specialmente viste le innumerevoli attrazioni di questa terra.
Osh, Arslanbob, Bishkek, Song Kul, Issyk Kul, Karakol sono quelle che mi sono concesso, da che sono entrato; potrei rimanere ancora più di un mese, senza annoiarmi, ma la strada verso casa è ancora lunga e l’autunno ormai incombe.
Nuove destinazioni riscaldano già col loro richiamo, e così stamattina ho deciso che quello odierno sarebbe stato l’ultimo giorno in terra kyrgyza.
Che fare allora?
Poltrire ancora 24 ore nella capitale?
Oppure pedalare 20 km verso le montagne delle valli del Sud, salire su una marshrutka (van che fungono da trasporto pubblico in modalità sardina per tutto il paese) per mezz’ora, raggiungere l’ingresso di un parco, ottenere un passaggio in autostop (bici inclusa) per gli ultimi 10 km di salita fetente ed iniziare a camminare tra i tesori e le montagne di Ala Archa?
La risposta è in queste fotografie.
Non il massimo della fortuna in quanto a meteo, però di certo un commiato degno di memoria per questo meraviglioso paese.
Grazie, Kyrgyzstan.

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MAPPA DEI LUOGHI

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CINA: da Hong Kong a Kashgar, verso la Via della Seta (28 Luglio – 24 Agosto)

Febbraio 15, 2018 4360 Views

La PRIMA PARTE del viaggio, da Milano a Bangkok, si chiuse dopo dieci mesi con un rientro a sorpresa.
La SECONDA PARTE – un’avventura immaginata per anni, da percorrere a ritroso lungo l’antica Via della Seta – ricominciava ad Hong Kong.
Poco meno di un mese, per incrociare il vecchio cammino a Yangshuo, attraversare le regioni tibetane del Sichuan e del Qinghai e raggiungere le città mitiche di Turpan e Kashgar … prima di valicare in Kirghizistan.

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RIPARTENZA
Non c’è molto altro da dire oggi.
E soprattutto … non ci riuscirei nemmeno.

Ripartenza

Atterraggio, Hong Kong 🇭🇰
Dopo 3 ore di ritardo a Milano e 4 a Istanbul per una tempesta che ha spolverato mezza Turchia, credevo che, se mai fossi riuscito ad arrivare a Hong Kong, avrei dovuto sicuramente attendere per giorni i miei bagagli.
E invece no, eccoci tutti qui.
Freschi come rose.
Maglione Arcobaleno incluso.
Con 33 gradi umidi alle 9 di sera, però, conviene aspettare un po’ a metterlo
… prima che mi trasformi davvero in una triglia (la faccia già c’è)
Ed ora, Hong Kong, a noi!

[ 28 Luglio 2017 ] Hong Kong Airport. 9 pm.

29 Luglio, Hong Kong ◀ Giorno 305 🇭🇰 – 🇨🇳 ▶
Avrei potuto rimanere di più di sole 15 ore.
Avrei potuto pedalare un po’ per le tue strade enormi, schivando le auto, zigzagando tra i grattacieli,
le bancarelle di tofu ed i negozi di pinne di squalo.
Avrei potuto godermi una birra mirando il tuo magnifico skyline notturno da qualche punto panoramico di Kowloon.
Avrei potuto far visita a qualche tuo Buddha, oppure cercare qualche piccolo specchio d’acqua balneabile,
per attenuare la canicola opprimente.
Avrei potuto rilassarmi un poco e conoscere qualche persona in più oltre a David, Xixi, Philip e la loro gentilezza quasi imbarazzante.
Avrei potuto spendere 30 Dollari per un posto letto, una notte in più, in una scatoletta di sardine.
Avrei potuto, ma non l’ho fatto.

Mi serve altro in questo momento, ed il richiamo della Cina è troppo forte.
Scusami se ti ho dedicato il tempo che si dedica normalmente ad un casellante, ma d’altronde lo sapevi già.
Comunque grazie anche a te, Hong Kong.
Grazie veramente.


[ 29 Luglio 2017 ] Confine Hong Kong – Cina a Lok Ma Chau. 3 pm.

30 Luglio, Yangshuo ◀ Giorno 306 🇨🇳 ▶
Ho lasciato Hong Kong in fretta e furia perché, come dicevo, il richiamo della Cina era troppo forte.
Non di tutta la Cina, ovviamente.
Bensì quella che avevo tanto amato.
Quella Cina che è fatta così.

[ 30 Luglio 2017 ] Yangshuo (Cina). Fiume Yulong. 6,30 pm.

31 Luglio, Yangshuo ◀ Giorno 307 🇨🇳 ▶
Lo scorso autunno, quando mi fermai allo Yangshuo Outside Inn per 40 giorni e la sera, finito di lavorare, andavo a nuotare nelle acque verde scuro del fiume Yulong, i Cinesi mi prendevano per pazzo.
Troppo freddo per loro, seppure con punte talvolta vicine ai 30 gradi. Semplicemente impensabile nuotare con l’inverno in arrivo, dato il gelo dell’acqua.

Per me, avendo sfidato in passato anche le acque dei ruscelli Dolomitici e del lago Bajkal, quei momenti non erano altro che puro e magico balsamo, racchiuso nel mezzo di un paesaggio di fantasia.
Ricordo che qualche amico (Simon, Sara, Rita, Winde, Annemiek) venne a buttarsi con me, in alcune occasioni.
Cinesi, mai.
“Troppo freddo! Tu sei matto!”, il ritornello.

Oggi – in piena e focosa estate cinese – complice anche il marrone delle acque del fiume Yulong (per via di una terribile inondazione che ha causato seri danni in molte vallate, poche settimane fa), ho scoperto per la prima volta quello che è il fiume principale di Yangshuo: il fiume Li.
Con esso, la meravigliosa piscina naturale che i Cinesi sono soliti usare per il loro divertente refrigerio e le loro simpatiche abluzioni (per due mesi all’anno soltanto, ovviamente).

Ed anche lo spettacolo del fiume Li, in fin dei conti, non è da considerarsi nemmeno poi tanto malvagio.

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1 Agosto, Yangshuo ◀ Giorno 308 🇨🇳 ▶
Una giornata intera a poltrire e lavoricchiare con i vecchi amici dello Yangshuo Outside Inn (dove sono ospite da ieri), trascorsa per lo più anche a recuperare interamente dal jet lag ed a decidere dove andare da domani (e, soprattutto, come farlo).

Verso la fine del pomeriggio poi – a temperature più vivibili (durante il giorno si suderebbe anche rimanendo sdraiati in una cassapanca rinchiusa in un frigorifero) – mi sono avventurato a piedi nei dintorni del villaggio di Chaolong e quindi, per l’ultima volta, verso il fiume Yulong, provando ad immergermi ancora in quelle immagini di vita rurale Cinese che tanto mi avevano rapito lo scorso Novembre, quando mi fermai a lavorare qui.
Eccovene alcune.

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2 Agosto, Yangshuo ◀ Giorno 309 🇨🇳 ▶
Come ultima immagine di Yangshuo – lasciata oggi / la foto è di ieri – ho scelto uno scatto dove la mia mano va ad incastrarsi a fianco delle due “montagne gemelle”, dal punto d’osservazione che più ho amato nella valle del fiume Yulong.
Un braccialetto, regalo di una persona importante, a cingere il mio polso.
Su di esso, alcuni numeri.

24.7785°N / 110.4966°E non sono altro che le coordinate di un luogo che, oltre ad essere meraviglioso, è quello dove la prima parte del mio viaggio (i dieci mesi da Milano a Bangkok, durante la quale vi rimasi per 40 giorni) incrocia perfettamente la seconda parte (di cui sono appena al quinto giorno).
Le coordinate di Yangshuo, Guangxi, Cina del Sud.
Ecco perché sono ritornato qui.

Dietro di me, un percorso già noto, assimilato e raccontato in ogni sua parte.
Davanti, un’avventura ancora tutta da scoprire.

Un’avventura che per ora ho soltanto disegnata negli occhi, e che alle volte mi spaventa non poco.
Un’avventura che proverò a vivere al meglio, giorno per giorno, e di cui ancora non so nulla.
A parte una cosa: che ricomincia da qui.

[ 1 Agosto 2017 ] Yangshuo (Cina). Fiume Yulong. 6 pm.

3 Agosto, Liuzhou ◀ Giorno 310 🇨🇳 ▶
La cosa bella, in Cina, quando si viaggia via terra, è che per spostarti da A a B hai 800 milioni di possibilità diverse (che è poi lo stesso numero dei Cinesi che si muovono solitamente, quando vanno in vacanza).

Due giorni fa ho deciso di dirigermi verso Chengdu, in Sichuan; da Yangshuo avrei potuto farlo passando per Xingping, oppure Guilin, oppure Sanjang e chissà quanti altri luoghi.
Ho optato per una città il cui nome mi era sconosciuto: Liuzhou.
Non tanto perché fossi interessato a vedere un’ennesima città enorme della Cina, bensì perché era l’unico viatico che ancora vendeva (online) dei biglietti in cuccetta, e non unicamente a sedere (le distanze sono importanti da queste parti).
Così ieri ho preso un comodo bus per Guilin e quindi stamane una connessione di un’ora in treno veloce per Liuzhou, con la mia Brompton (teoricamente preclusa ai viaggi in treno, come da regola per tutte le bici) camuffata da sacco di orchidee ed io carico come un somaro.

La cosa brutta invece, in Cina, quando si viaggia via terra, è che nel 99% dei casi non si capisce proprio un belino.

Così succede che, una volta a Liuzhou, scopri che devi cambiare stazione per via di lavori in corso, pedali alla rinfusa per mezz’ora chiedendo direzioni qua e là, raggiungi la stazione giusta grondante sudore, la scopri infinitamente grande, leggi cartelli e schermi scritti soltanto in Cinese e di colpo ti senti come un bambino di 2 anni di fronte ad un episodio di Peppa Pig.

Però poi c’è un’altra cosa bella, in Cina, quando si viaggia (in generale): e cioé che chiunque, in un modo o nell’altro, anche senza saper dire nemmeno “Yes” alle volte, si fa in quattro per aiutarti. E ti sorride, in una maniera che ti tranquillizza all’istante.

Allora Peppa Pig non la vedi più così assurda, ed arrivi fresco (quasi) e riposato (quasi) al posto numero 16, nella carrozza numero 1, al binario numero 4, dopo aver passato il check-in numero 2, presso la stazione di Liuzhou, in Guangxi.
Sereno, perché il grosso è stato fatto.
Per oggi.
Più o meno.

Ora non devi far altro che aspettare di arrivare a Chengdu.
Dopo un viaggio di 26 ore, insieme ad un gruppo scatenato di nuovi piccoli amici.
Però, almeno, da sdraiato.
In cima al letto più alto.

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4 Agosto, Chengdu ◀ Giorno 311 🇨🇳 ▶
26 ore filate di treno ed eccomi qui, a Chengdu!

Chengdu, che è “famosa” per:
– essere la capitale della provincia del Sichuan;
– essere la città dell’Ovest più grande della Cina (coi suoi quasi 15 milioni di abitanti);
– esser stata l’ultima città lasciata dal Kuomintang di Chiang Kai-shek, prima che Mao ed il Partito Comunista ne decretassero la definitiva sconfitta;
– essere un grande punto di richiamo turistico per chi voglia conoscere meglio i panda ed i parchi (o “Santuari”) ad essi dedicati.

Per me Chengdu – anche se mi limito solo ad un’occhiata veloce, e quindi superficiale:
– é una città enorme, spaventosa, calda, a tratti terrificante, piena di cemento e obrobri a forma di palazzo;
– nonostante quanto sopra, è estremamente facile e sicura da girare in bici (il treno mi ha lasciato alla Stazione Est, 13 km dal centro), con corsie ciclabili che potrebbero far concorrenza ad un circuito di Formula 1;
– sembra ricca di parchi e zone verdi, dove i Chengduesi (o Chengduini, oppure … sí, insomma, gli abitanti di Chengdu), abituati alla calura, praticano danze e sport di ogni tipo;
– é la patria dei peperoncini del Sichuan, di una cucina prelibata e di un piatto favoloso, il Gong Bao Ji Ding (pollo fritto / scottato al wok con porro, peperoncini freschi, peperoncini secchi, zenzero, noccioline tostate e salse) … che per 2 euro è uno degli insiemi di ingredienti più gustoso che abbia mai assaggiato;
– é il punto di partenza per salire verso le montagne del Tibet.

Ma, di questo, si parlerà da domani.

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5 Agosto, verso Kangding ◀ Giorno 312 🇨🇳 ▶
12 ore in autobus per fare 300 km non le avevo mai fatte prima.
12 ore di traffico, camion, code, noia, montagne, costruzioni apocalittiche e film cinesi.
Tutto questo per arrivare in tarda serata a Kangding, la porta del Tibet.
Speriamo che questa Kangding – e quello che verrà poi – ne sia valsa la pena.
Qualcosa mi dice di sì.

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6 Agosto, Kangding ◀ Giorno 313 🇨🇳 ▶
Una giornata intera a Kangding, chi l’avrebbe mai detto.
Kangding, la capitale della defunta provincia dello Xikang (smantellata nel 1950).
Kangding (in Cinese), Dartsedo (in Tibetano), il luogo che per secoli ha rappresentato il confine tra Cina e Tibet, dove mercanti carichi di tè arrivavano dall’Est per scambiare il loro tesoro con quello degli abitanti dell’Ovest, la lana.
Kangding, che oggi conta 100.000 abitanti (di cui circa metà tibetani di etnia Kham, e l’altra metà cinesi di etnia Han), dove il rampante turismo moderno sgomita e ruba spazio, giorno dopo giorno, a fiumi, ruote di preghiera, montagne e ghiacciai solenni.
Kangding, che oggi è parte del Sichuan, ma che ancora conserva il suo fascino di città di confine verso la mitica “terra delle nevi”.
Una terra di cui dovrei iniziare a scoprire qualcosa da domani, e di cui oggi ho appena appreso le magiche sfumature.

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7 Agosto, Tagong ◀ Giorno 314 🇨🇳 ▶
4000 metri per la prima volta!
E Tibet (anche se officialmente Sichuan) tutto intorno!

http://bicicladi.com/wp-content/uploads/2018/02/Video-Tagong.mp4

 

8 Agosto, Tagong ◀ Giorno 315 🇨🇳 ▶
Una camminata di 4 ore tra praterie a 4000 metri e montagne del Sichuan Tibetano, per acclimatarsi all’altitudine, raggiungere un villaggio (Ani Gompa) di sole monache donne ed iniziare a meravigliarsi dell’unicitá di questa remota zona della Cina … e del mondo in generale.

NOTE
Tagong – Ani Gompa: 3 ore a piedi.
Ani Gompa – Tagong: un’ora a piedi e due passaggi in autostop.

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9 Agosto, Tagong ◀ Giorno 316 🇨🇳 ▶
La Prefettura Autonoma Tibetana di Ganzi / Garnze (དཀར་ བོད་ རིགས་ རང་སྐྱོང་ ཁུལ་ in tibetano), nel Sichuan occidentale, copre un’area di 151.078 chilometri quadrati (circa la metà dell’Italia) e si trova in quella che da secoli é la regione tibetana dei Kham. Ha una popolazione di 1 milione di persone, di cui il 78% Kham Tibetani.

Sì, insomma, anche se non mi trovo ufficialmente in Tibet (servono permessi speciali oppure tour organizzati controllati dal governo per entrarvi) … è davvero come se mi trovassi in Tibet.
Parti notevolmente estese delle province del Sichuan, del Gansu e del Qinghai sono difatti ex Tibet, prima che nel 1950 cambiasse tutto.
I paesaggi sono tibetani, le montagne sono tibetane, le nevi sono tibetane e la cultura di base è tibetana, così come gran parte della popolazione.
Un po’ come trovarsi in Alto Adige invece che in Austria, per fare un esempio.

Cinesi e Kham Tibetani convivono insieme senza apparenti problemi, seppure sia ben chiaro quanto i secondi mal sopportino i primi (soprattutto i turisti provenienti dalle altre province, incarnazione del governo centrale); è bizzarro notare come questa sia una parte di mondo dove le tradizioni tibetane sono meno represse che in Tibet stesso, e come i tibetani si divertano ad applicare prezzi più alti ai cinesi piuttosto che agli altri stranieri.

È anche una zona estremamente serena ed affascinante, dove mi trovo da ormai 4 giorni e dove intendo potenzialmente trascorrere un po’ più di tempo.
Una zona dove capita di ascoltare preghiere buddhiste miste a clacson di camion gonfi di cemento, osservare venditori cinesi a fianco di tassisti tibetani, animali selvaggi, fiumi gelati, spaziare per ore in mezzo a praterie sterminate ed al cospetto di picchi imponenti.
E conoscere piccole storie.

Come quella di Max, Coco ed il piccolo Karel Yeshi.
Max ha 28 anni ed è di Praga. Vive in Cina (dapprima per studio e poi come insegnante) da 5 anni.
In vacanza a Tagong 3 anni fa ne è rimasto affascinato, decidendo di rimanerci. È subentrato alla gestione del Khampa Café Hostel (dove alloggio) e dopo poco tempo si è innamorato di Coco, coetanea tibetana.
Ora gestiscono insieme l’ostello ed una fabbrica di birra qui sull’altopiano, che intende rifornire di birra bio (prodotta con malto locale) tutti i venditori della Prefettura di Ganzi. Per adesso. Col tempo, poi, chissà.
Nel frattempo, insieme, Max e Coco, hanno avuto un figlio: Karel Yeshi, un terremoto di 11 mesi che dà del tu ai cavalli, beve latte di Yak e tra non molto sará anche un esperto trilingue (anzi quadrilingue, visto che i genitori tra di loro parlano in inglese) di momos tibetani (ravioli tipici) e birra Boema.

E ditemi se non è semplicemente ed esageratamente bello tutto questo …

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10 Agosto, Tagong ◀ Giorno 317 🇨🇳 ▶
Intermodalitá da praterie Tibetane:

PS: la foto è di ieri.
Oggi sono arrivato a Ganzi, dopo 7 ore di trasferimento in auto condivisa con 10 tibetani. Un’auto da 6.
Immaginate che freschezza.
E piove.
NOTE: 300 km / 130 Yuan (16€)

PS2: Ganzi, anche se sotto la pioggia, sembra molto interessante … ma la si lascia a domani!

[ 9 Agosto 2017 ] Tagong (Cina). Praterie. 4 pm.

11 Agosto, Ganzi ◀ Giorno 318 🇨🇳 ▶
Sicuramente non sono il primo occidentale a mettere piede a Ganzi (o Garze), Sichuan dell’Ovest, nell’omonima Prefettura Autonoma Tibetana (di Ganzi/Garze, appunto).
Eppure oggi, chissà perché, la sensazione – mai provata prima altrove – è stata proprio quella.

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12 Agosto, Ganzi ◀ Giorno 319 🇨🇳 ▶
Il giorno in cui ho sudato 3 magliette per spingere la mia Brompton fino a 4000 metri, visitare due templi abbarbicati sulle maestose montagne circondanti Ganzi e … far divertire i monaci tibetani.

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13 Agosto, verso Yushu ◀ Giorno 320 🇨🇳 ▶

VIDEO

http://bicicladi.com/wp-content/uploads/2018/02/Video-auto-verso-Yushu.mp4

 

Ganzi – Yushu (480 km) di ieri, ecco come è andata.

Alle 6 sono già sveglio e pronto.
La sera prima, difatti, Neo – non il protagonista di Matrix, bensì uno dei ragazzi del Colorado che gestiscono l’ostello di Ganzi e che mi ha dato una mano per trovare un passaggio in auto per Yushu – mi allerta di preparare lo zaino e tenermi pronto a partire in qualsiasi momento: “Il guidatore mi chiamerà domattina, mezz’ora prima di partire. Vengo a svegliarti, così tu raggiungi il punto di ritrovo, ok? Chiede 150 Yuan (18 euro).
“Ok Neo. Tutto chiaro. Grazie.”

Alle 6, insomma, sono già sveglio.
Aspetto che Neo venga a bussare per dirmi di andare.
Alle 7, niente.
Alle 8 – mentre sono a letto a cazzeggiare da due ore – ancora niente.
Mi alzo. Salgo verso la sala principale dell’ostello. Tutto tace. Nessuno in reception, nessuno in cucina. Di Neo neanche l’ombra.
Verso le 9 arriva Jeff (uno dei gestori). Sorride. Ci salutiamo. Ordino un caffè.
Neo si palesa poco dopo: “Ehm … ora mando un messaggio al guidatore. In teoria avrebbe già dovuto chiamarmi …”
“No problem Neo. Mal che vada resterò un altro giorno qui. Fammi sapere che ti dice.”

Torna intorno alle 10: “Ok allora dice che viene direttamente a prenderti qui lui fra un po’. Intende partire alle 12 più o meno.”
“Ah, perfetto! Ma sei sicuro che abbia detto che mi porta a Yushu? Sono 480 km e se partiamo a mezzogiorno …”
“Sì sì, Yushu. Dice che qualche giorno fa ci ha messo solo 6 ore.”
“Benissimo.”

Un’ora dopo – alle 11 – si presenta il guidatore.
Non conosce una parola d’inglese, ma sorride e mi applaude quando piego la bici di fronte al suo sguardo perplesso.
L’auto è un fuoristrada che deve averne viste parecchie e romba che è un piacere.
“Magari ci mette davvero 6 ore” – mi rassicuro da solo.

In pochi minuti raggiungiamo il punto di carico / scarico dei vari guidatori.
Il mio – che per facilità chiamerò Enzo – si mette alla ricerca di altre persone dirette verso Yushu.
Subito ne arrivano due: Fausto e Ilario. Portano sacchi di ogni tipo.
Fausto parla poco, ma mi offre da mangiare dei ravioli insacchettati che ha appena comprato. Ilario è più giocondo e prova a intavolare un discorso, che ahimè né lui né io capiamo. Ha degli occhi gentili e lo sguardo mite. Sono felice di averlo come compagno di viaggio. Enzo carica tutti i bagagli in cima al fuoristrada.

Alle 12 siamo ancora solo in 3 passeggeri. Enzo aspetta. Io, Fausto ed Ilario pure.
Alle 13, tutto come sopra.
Alle 13:30, mentre addento nervoso dei semi che Enzo mi ha gentilmente offerto e che mi fanno tanto sentire un piccione, riceve una telefonata.
Mette giù e mi dice qualcosa che non capisco, ma che è chiaramente un: “In auto, si parte!”
“Figata. Se siamo solo in 3 sarà un viaggio comodo e veloce.” – penso tra me e me.
Enzo dà subito gas e si dirige verso un distributore alla periferia di Ganzi. Mentre la benzina scorre io mi preparo un giaciglio coprendo tutti i sedili posteriori e mi sdraio, pregustandomi una bella ronfata.
Enzo paga, poi sposta l’auto di qualche metro. Spegne il motore. Non capisco.

Passa mezz’ora. Sono già le 2 del pomeriggio e non siamo ancora partiti.
Dopo poco ecco un’altra telefonata.
5 minuti ancora ed arriva una nuova auto.
Ne scendono 7 persone, 5 uomini e due donne. I bagagli vengono subito stipati nel fuoristrada ed i sedili si riempiono in pochi istanti.
Enzo e le 2 donne davanti. Fausto, Ilario e due ragazzi sui sedili di mezzo. Io ed altri 3 sui sedili posteriori. Addio pennica.

Partiamo che sono passate le 2 da un quarto d’ora ed Enzo ingrana subito la quinta. Divora chilometri ad una velocità incredibile, sfrecciando sugli altipiani tibetani tra camion e automobili imbarazzate come se nulla fosse. Di tanto in tanto si ferma per una breve sosta (ora per salutare un amico, ora per permettere i vari bisogni), ma mantiene un’andatura di tutto rispetto, con picchi di 100 km/h su strade e passi a oltre 4000 metri d’altitudine. Osservo stupito la bellezza di questi luoghi, mentre passiamo la cittadina di Manigango e poi altri agglomerati di case e tendate di nomadi. Il mio vicino di sedile ha voglia di chiacchierare con me e, utilizzando i traduttori automatici del suo smartphone, mi pone domande del tipo “l’Italia è un paese d’acqua, vero?”.
“Duí.” – rispondo, sfoggiando il mio limitatissimo mandarino. Esatto.
Poi faccio finta di addormentarmi.

Trascorrono i chilometri, così come le ore.
Alle 19 raggiungiamo Shiqu, l’ultima città del Sichuan ed avamposto sulla confinante provincia del Qinghai. Yushu dista ancora 150 km.
Qui a Shiqu Enzo si ferma. Tutti scendono ed iniziano a scaricare i propri bagagli.
“Ma come? E Yushu?”, chiedo stupefatto a Enzo.
“Yushu, Yushu, no problem!”, risponde lui mentre indica gli altri ragazzi in attesa. 4 di loro se ne vanno. Fausto e Ilario sorridono e si preparano ad una nuova attesa.

In pochi minuti giunge una nuova automobile. 3 passeggeri sono già su. Il guidatore – che soprannomino Glauco – sceglie 4 di noi e ci fa cenno di salire. Pago 100 Yuan a Enzo (che mi fa capire di dare gli altri 50, una volta a Yushu, a Glauco), poi saluto Fausto ed Ilario che, con i loro numerosi sacchi, dovranno aspettare un altro passaggio. Ilario sorride ed è sereno. In qualche modo mi tranquillizzo anch’io.

Il sole inizia la sua discesa quando lasciamo alle spalle Shiqu, partendo in salita alla volta del Qinghai. L’auto è piena e non è più un fuoristrada. Arranca a 30 km/h per raggiungere un passo a 4300 metri, e intanto Glauco si gasa con della musica tibetana che mi fa rimpiangere le ballate stonate del Laos.
Fortunatamente le vallate circostanti sono ancora mozzafiato, ed i colori del tramonto stemperano il mio nervosismo, concedendomi immagini di irreale bellezza.

Sono quasi le 20:30 quando Glauco si ferma per un pipí – stop a 4700 metri, appena varcato il passo che immette nel Qinghai.
Il buio arriva di colpo, ma la discesa mette le ali al motore e, raggiunta una pianura a 60 km da Yushu, ecco un’autostrada!
Il mio telefono ritrova campo e così riesco a prenotare una Guesthouse a Yushu. Molto cara (il quadruplo di quanto sono solito pagare per gli ostelli in Cina), ma è l’unica che vedo online ed io, provato come sono, non ho voglia di mettermi a cercare una bettola cinese nel mezzo delle ombre di Yushu.

Arriviamo in città che sono le 21 passate. Scarico zaino, borsa e bici e tiro fuori 50 Yuan per Glauco.
“70!” – chiede lui, come offeso.
“No amico, sono 50. Non imbrogliare.”
“70!” – e non si muove, indicandomi la bici.
Forse vuole un surplus per l’extra bagaglio, o forse vuole solo più denaro. Sono stanco e devo ancora raggiungere la Guesthouse, situata a 7 km di distanza da dove sono.
Non ho voglia di litigare, così gli allungo altri 20 Yuan. Grazie Glauco. Grazie veramente. E, in maniera molto zen, vaffanculo.

Raggiungo il mio alloggio alle 22.
Per strada solo tibetani dallo sguardo stupito.
Mi viene da ridere e da fischiettare.
Abbraccio Jenny, la ragazza della reception, e poi mi butto sul letto.
Sono contento di avercela fatta – in qualche modo – anche questo volta; eppure il mio pensiero torna a qualche ora prima, al tramonto sulle ultime montagne del Sichuan.
Quando Glauco si era fermato per fare una fotografia ad un accampamento di tende nomadi ed io mi ero sentito ridicolo mentre, nel mezzo di futili preoccupazioni per una sola notte di cui non sapevo ancora l’esito, i miei occhi incontravano quelli di una famiglia seduta a fianco al fuoco – neonato in braccio, coperte di lana sulle spalle – in attesa di un’ennesima notte tibetana, ormai incombente.

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14 Agosto, Yushu ◀ Giorno 321 🇨🇳 ▶
Se a Ganzi avevo avuto la sensazione di essere il primo occidentale ad entrare in città, a Yushu la sensazione è diventata certezza assoluta. Una certezza grama.

Sarà perché ho speso tante energie per arrivarci.
Sarà perché le uniche sistemazioni per dormire erano care e fatiscenti.
Sarà perché la città – rasa al suolo da un terremoto nel 2010 – sembra sia stata ricostruita da un mago di Oz malefico, che ha provato ad incastonare rimembranze tibetane sopra cubi di cemento e neon cinesi, creando risultati imbarazzanti.
Sarà perché la foschia mattutina si mischiava ad una mestizia generale, carica di sudore, smarrimento e lamenti.
Sarà perché non si vedevano le montagne come in Sichuan.
Ma sta di fatto che Yushu, per me, è stata sinonimo di strano disagio.
Disagio da cui ho scelto di fuggire dopo neanche un giorno … con un autobus diretto a Xining.

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15 e 16 Agosto, Xining ◀ Giorni 322/323 🇨🇳 ▶
Quelle città di passaggio, ma che segnano un cambiamento. Che demarcano un confine, netto quanto immaginario.
Ecco cos’è per me Xining, capitale del Qinghai.

Era successo qualcosa di simile, lo scorso anno, quando passai per Ulan Ude, capitale della Buriazia russa; lasciavo dietro di me le statue di Lenin e l’immensitá della Russia, e mi apprestavo a scendere verso la Mongolia e quindi la pancia dell’Asia. Fu a Ulan Ude che vidi il primo di innumerevoli templi buddhisti. Fu lí che notai il vero cambio di fisionomia, credenze, cibo e cultura tra ciò che rimaneva dietro alle mie spalle e quello che avrei scoperto in seguito.

A Xining è successa la stessa cosa.
Ad Est, la Cina profondamente Cina.
Dietro di me, le montagne e le genti tibetane del Sichuan.
A Nord-Ovest, la Via della Seta.
Ed è lì che sono diretto.

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17 Agosto, Turpan ◀ Giorno 324 🇨🇳 ▶
Bene ragazzi.
Dopo aver lasciato Xining all’alba, dopo aver attraversato 1600 km in otto ore di treno veloce, dopo aver passato – sguardo al finestrino – deserti, montagne aride, migliaia di pale eoliche e lande terribilmente desolate, ed essere cosí arrivato nella bollente Turpan, provincia dello Xinjiang … ebbene … ora posso dire di sentirmi davvero lontano da tutto.
Nel mezzo del nulla atavico.

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18 Agosto, Turpan ◀ Giorno 325 🇨🇳 ▶
Poi arrivi in una città che non avevi mai sentito nominare fino a poco tempo fa, Turpan, e ti accorgi – ancora una volta di più – di quanto sia incredibilmente vasto, disturbatamente vario ed ignobilmente bello questo assurdo paese chiamato Cina.

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19 Agosto, Turpan ◀ Giorno 326 🇨🇳 ▶
Quando due giorni fa, appena sceso alla stazione di Turpan, scrissi di essere arrivato nel mezzo del “nulla atavico”, in realtà ignoravo ancora molte cose di questo luogo.

Situata a 154 metri sotto il livello del mare (curioso pensare che meno di una settimana fa ero a quasi 5000 metri sopra), l’odierna Tulufan (in Cinese) / Turpan (in Uiguro), è la seconda città più bassa della terra (ignoro quale sia la prima).
È il punto più caldo della Cina, ed uno dei più caldi del mondo. Tuttavia, pur essendo circondata da montagne e deserti, è un’oasi estremamente fertile e rigogliosa; a testimoniarlo vi sono le coltivazioni estensive di uva di oggi, così come i reperti storici ritrovati che documentano di come già fosse abitata in età preistorica.
Nel corso dei secoli é passata sotto innumerevoli dominazioni – da quelle turco/mongole a quelle tibetane, dalle dinastie cinesi agli zar russi, dai persiani alle tribù dell’Asia centrale – subendo influenze di ogni tipo, finanche indiane, giapponesi e chissà che altro.
Oggi è ufficialmente una città cinese, in pieno territorio uiguro; la lingua locale è più simile al turco e all’arabo piuttosto che al mandarino, ed è chiaro come gli autoctoni vivano in estrema depressione la padronanza ed il pugno duro di Pechino. Punti di blocco, controlli militari e metal detector si trovano ovunque, ed i cinesi sono sospettati largamente di più di ogni altra nazionalità.

Insomma, una città estremamente complessa (da Wikipedia, queste sono le etnie oggi presenti a Turpan: Uiguri, Han, Hui, Tujia, Manchu, Tu, Mongoli, Tibetani, Kazaki, Miao, Russi, Zhuang, Dongxiang, Iraniani), dove si respira un’aria ora ispiratrice ora annichilente, e particolarmente ricca di storia.
Ho avuto modo di scoprirlo ieri, visitando le rovine della città di Jiaohe, antico punto di snodo per le carovane dei mercanti, indietro di secoli prima di Cristo.

Per me invece, semplicemente, Turpan è dove ufficialmente il mio percorso incrocia la mitica via che, fin da quando sono ripartito, è quella che intendo seguire.
È qui che – oggi lo si può dire – inizia davvero la mia Via della Seta.
A ritroso.
E verso casa.

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20 e 21 Agosto, Kashgar ◀ Giorni 327/328 🇨🇳 ▶
“Are you sure you’re still in China, buddy?”

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22 Agosto, Kashgar ◀ Giorno 329 🇨🇳 ▶
Mi sono fermato, questo è il fatto.
Terzo giorno di fila a Kashgar, e vi rimarrò ancora un poco.
No, non mi sono innamorato e non ho nemmeno trovato lavoro.
Semplicemente, dopo un percorso rapido che mi ha portato da Hong Kong allo Xinjiang, attraversando la Cina da sud-est a nord-ovest in una ventina di giorni, avevo bisogno di una piccola pausa.
Di già.
Sì, insomma, urgeva una breve sosta e soprattutto era arrivato il momento di iniziare a pensare seriamente alle prossime mosse.
Ai prossimi paesi.
Alla strada da percorrere.
E poi adoro vagare per le viuzze di una città dalla storia imponente, che mi ha catturato fin dal primo giorno, che è Cina ma non è Cina, dove l’Asia Centrale non è più un miraggio – anzi, è ormai a due passi – ed il Medio Oriente sembra già dietro l’angolo.
Dove ogni cosa sembra stare al suo posto e dove al contempo tutto è sottosopra.
E dove le verità traspaiono soltanto in un elemento, impossibile da confondere.
Gli occhi delle persone.

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23 Agosto, Kashgar ◀ Giorno 330 🇨🇳 ▶
Sentivo che mi mancava qualcosa, ma ora .. ora no!
Sono pronto ad andare in Kyrgyzstan!
Comunque altro che Marco Polo … qui si cerca di emulare un altro personaggio mitico.
Toad, di Super Mario.

[ 23 Agosto 2017 ] Kashgar (Xinjiang, Cina). Città Vecchia. 7 pm.

24 Agosto, dalla Cina al Kirghizistan ◀ Giorno 331 🇨🇳 ▶

VIDEO

http://bicicladi.com/wp-content/uploads/2018/02/Video-Irkeshtam.mp4

 

Pensavo che non avrei mai battuto, in termini di ore e attesa, la tratta Ganzi – Yushu di qualche settimana fa … e invece dovevo ancora provare ad attraversare il confine cinese-kyrgyzo del Passo di Irkeshtam.
Ecco una “breve” cronistoria (che è per me anche un esercizio di memoria) della giornata interminabile di ieri.

Ore 7:01 (fuso di Pechino, sul fuso di Kashgar – che è poi anche quello kyrgyzo – sono le 5:01, ma qui è tutto regolato su Pechino) > suona la sveglia.

7:13 > colazione frugale in ostello con Fernando e John, due ragazzi che intendono attraversare il confine oggi e con cui condividerò il viaggio. Piove. Governo ladro.
7:31 > ci dirigiamo sotto la pioggia verso la strada più vicina alla Città Vecchia di Kashgar per cercare un taxi che ci porti alla stazione degli autobus (lontana 10 km).

7:47 > arriviamo in stazione. È chiusa. Poche persone fuori ad attendere e non sappiamo quando aprirà.
8:02 > scopriamo che la stazione apre alle 7:30, ma ora locale. Fra un’ora e mezzo. Piove ancora. Decidiamo di contrattare per un nuovo taxi verso la cittadina di Wuqia, dove si trova il primo checkpoint. 97 km da Kashgar, 150 km al Passo.

9:30 > arriviamo a Wuqia, dove il tassista ci scorta fino ad un negozietto di ravioli (per la colazione), troviamo un cambio Yuan / Som e poi ci spostiamo a piedi verso il checkpoint. Non piove più fortunatamente.
10:05 > siamo accolti da 3 gendarmi presso la sala d’attesa dell’enorme checkpoint. Ha appena aperto, siamo i primi avventori. Tutto sembra semideserto. I passaporti ci vengono ritirati e compiliamo il form d’uscita dalla Cina.
10:45 > arrivano una coppia di Australiani ed una famiglia di Uzbeki con decine di bagagli. Il passaporto è ancora sotto osservazione in qualche ufficio. Attendiamo.
11:01 > un gendarme ci riconsegna i passaporti e possiamo passare ai controlli formali. Bagagli allo scanner. Il timbro d’uscita avviene qui, a 150 km dal confine fisico.
11:10 > siamo dall’altro lato del checkpoint, ma sempre sotto l’edificio. Siamo invitati ad attendere ancora: il nostro passaporto torna in un altro ufficio, e nel frattempo i gendarmi organizzano per noi un nuovo trasferimento in auto fino al confine (non è possibile fare altrimenti).
11:30 > attendiamo i passaporti. Il guidatore attende con noi.
11:45 > John si addormenta. Fernando, dall’aspetto pakistano, viene tempestato di domande da un ufficiale a riguardo dei suoi spostamenti sospetti in Xinjiang del Sud. Semplicemente Fernando ama scalare le montagne. Io vago per lo stanzone ed i cortili, in cerca di un perché. Potrei tornare indietro camminando facilmente.
12:00 > John si risveglia e si accorge di aver dimenticato il sacchetto con la frutta dall’altro lato dei controlli. S’incammina per riprenderlo. Il salone è deserto e nessuno controlla che cosa stia facendo. Ritorna indisturbato con la frutta.
12:15 > i passaporti sono consegnati al nostro guidatore, che finalmente si prepara a partire.
12:25 > dopo aver atteso ancora che si riempissero altre 2 auto (con i 2 Australiani, un cinese e la famiglia di Uzbeki coi bagagli), il convoglio parte.

12:28 > ultimo controllo passaporti alla barriera in uscita di Wuqia.
12:31 > un altro controllo. Quello di prima era il penultimo. 145 km al Passo.
12:50 > un nuovo checkpoint. Controllo passaporti e bagagli allo scanner. La bici rimane sull’auto. Così anche il sacchetto di frutta di John.

13:45 > ci fermiamo a pranzare a pochi chilometri dal confine ufficiale. Non possiamo ancora passare, dal momento che è chiuso per pausa pranzo. Le montagne sono aride e brulle, il fiume che scorre sotto l’ultimo villaggio di lavoratori cinesi è torbido e marrone. Il sole battaglia col nevischio. Il Passo (a quasi 4000 metri) è ormai vicino.
14:30 > la zuppa di pollo, verdure e riso abbiocca i tre guidatori. Attendiamo. Tanto.
16:00 > i guidatori si ridestano. Ripartiamo. Il confine, lontano ormai solo una manciata di chilometri, ha riaperto.

16:15 > blocco degli ufficiali di confine. I passaporti di tutti i passeggeri dei 3 convogli vengono portati in un nuovo ufficio per un nuovo controllo. Due soldati ispezionano i bagagli. Nessuno controlla la Brompton o la frutta di John.
16:45 > i passaporti tornano nelle mani dei guidatori, che ci scortano fino ad un cancello poco più in là. Quattro soldati compilano nomi e nazionalità in un quaderno. A quadretti. Tipo quelli per giocare a battaglia navale. Uno dei soldati sale in auto con noi.
16:55 > siamo ufficialmente fuori dalla Cina, ma prima della dogana kyrgyza vi sono 7 chilometri di terra di nessuno. Per 4 chilometri le tre auto proseguono insieme, ognuna col suo soldato; dall’altro lato della strada, una fila ininterrotta di camion che attenderanno giorni prima che le loro merci vengano passate al setaccio e quindi di poter entrare in Cina.

16:59 > un filo spinato imponente segnala la fine della Cina. I guidatori non sono autorizzati a continuare e ci scaricano lì. Nel nulla circondato dalle montagne. Mancano 3 km alla dogana kyrgyza. John, Fernando ed altri 3 trovano un passaggio in auto, io finalmente posso pedalare libero. La famiglia Uzbeka aspetterà altri passaggi. Scatto una foto alla mia bici, proprio sul confine.
17:00 > saluto guidatori e soldati, e salto sui pedali. La catena è rotta. Cazzo. Rotta?! Cazzoooooooooo! Guardo le montagne che mi circondano. Nella terra di nessuno, appena lasciata alle spalle la Cina, non posso far altro che sorridere al cielo e mettermi a camminare.
17:15 > al quarto tentativo di autostop, un camion si ferma e mi carica. Non devo perdere troppo tempo, John e Fernando devono aver già passato il confine e mi stanno aspettando per trovare un passaggio verso Sary-Tash. Spero.

15:30 > no, non sono tornato indietro nel tempo. In Kyrgyzstan non vige l’orario di Pechino e la dogana ha appena riaperto. John e Fernando sono già passati, ma non li vedo. I soldati kyrgyzi mi salutano e mi indicano l’ufficio in cui entrare. Un ragazzo segna il mio nome su un foglio a righe, un ufficiale controlla il mio passaporto.
“Italia! Monica Bellucci, Toto Cutugno!”
“Eh già amico, che bello il mio Paese vero?”
“Davai!”
2 minuti. Il timbro. Zero controlli. Corro alla ricerca di John e Fernando.

15:45 > li vedo. Sono subito dopo il cancello d’ingresso in Kyrgyzstan, di fronte ad alcune auto. Stanno contrattando il prezzo per Sary-Tash (a soli 80 km). I guidatori sono poco più che ragazzi. Alcuni sorridono timidi, altri hanno lo sguardo truce. Uno di questi chiede 2000 Som a testa. 25 euro. Una follia. Inizia il gioco. E nessuno ha mai controllato la frutta di John.

16:00 > ci allontaniamo di pochi metri. Svariati camion sono anche qui in attesa dei controlli, a lato sorgono alcune baracche improvvisate a bar o stanze per dormire. Alcune famiglie vivono qui, sfruttando le esigenze dei camionisti. Tre bambini giocano con noi e ci invitano a rimanere a dormire in locanda.
16:45 > un nuovo ragazzo si avvicina e ci propone 1500 Som a testa per Sary-Tash. Noi non vogliamo spenderne più di 800. Una pacca sulla spalla e grazie. Nel frattempo ha ripreso a piovigginare. La coppia australiana ed il cinese hanno trovato un passaggio per Osh (a 260 km). Per un attimo ho pensato di andar con loro, anche perché ora come prima cosa devo riparare la bici e Sary-Tash è soltanto un villaggio, ma non voglio lasciare John e Fernando da soli a pagare un’auto. Alcuni guidatori se ne sono andati e le nostre opzioni lentamente diminuiscono. Ipotizziamo di rimanere in tenda una notte al confine, o sfruttare una delle locande.

17:00 > fischietto vicino ad uno dei ragazzi/guidatori. Ruzik, così si chiama, mi fa l’occhiolino e mi lascia intendere che con 1000 Som a testa ci può portare a Sary-Tash. Ancora troppo. Chiedo quanto vuole per andare a Osh. Risponde 2000 Som. Torno da John e Fernando. Aspettiamo nuove offerte.
17:30 > nulla. Però almeno è uscito il sole. Dormire al Passo non fa più così paura.
18:00 > Ruzik carica l’auto. Lui ed un altro guidatore si divideranno la famiglia Uzbeka, appena arrivata. Ha ancora dei posti liberi e mi fa segno di andar da lui. Chiede ancora 1000 Som a testa per Sary-Tash. Lo ringraziamo, ma non accettiamo. È tardi e non ci saranno altri avventori, così come altri guidatori. Siamo gli uni l’ultima speranza dell’altro. E viceversa.
18:15 > Ruzik accende il motore e si avvicina lentamente, salutandoci dal finestrino. Poi accosta. Io e Fernando lo raggiungiamo. Ruzik è diretto a Osh, ma Sary-Tash è sul percorso. Chiudiamo che a 1700 Som mi porterà ad Osh e che per 750 a testa John e Fernando scenderanno a Sary-Tash.

19:00 > saluto John e Fernando, a Sary-Tash. Il villaggio, situato sopra un altipiano che sembra esploso dal cappello di un mago, è un gioiello. Mi dispiace non rimanervi, ma la notte mi aspetta a Osh. John cerca una Guesthouse, Fernando sceglie le montagne. Gli 80 km dal confine al villaggio – una lunga lingua d’asfalto pressoché vuota, tra passi, praterie e greggi di animali selvaggi – sono stati di una bellezza dolorosa. I 180 km che ancora mi separano da Osh – dove arriverò alle 21 passate (23 di Pechino), trovando un italiano che ha cucinato pizza in ostello per tutti e mi invita con un abbraccio – tra valli, villaggi, fiumi e tramonto tra i picchi … non saranno da meno.

Il mio Kyrgyzstan è appena cominciato, eppure già me ne sono innamorato.
Ma questa è tutta un’altra storia.
Che comincia da domani.

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